Articolo 21 - Sguardi sul mondo
La rabbia e limpotenza
Quarta manifestazione in otto giorni, lo scorso 13 aprile davanti a Montecitorio, mentre nella Camera che un tempo è stata di De Gasperi e Berlinguer, il governo Bossi-Scilipoti-Berlusconi (l’ordine non è casuale) approvava l’ennesima legge vergogna: al secolo il processo breve.C’ero, insieme ad Articolo 21, al Popolo Viola, a numerosi esponenti politici dei partiti d’opposizione e a tanti liberi cittadini che da anni si battono contro il progressivo e inesorabile degrado delle istituzioni.
Sono arrivato verso le sei del pomeriggio, quando il presidio era già in corso da ore, e per primi ho incontrato i familiari delle vittime della strage di Viareggio e del terremoto dell’Aquila: ho osservato i loro volti segnati dalla stanchezza, dalla rabbia, da un senso di ingiustizia e d’impotenza che gridavano per quant’erano forti. Per salvare Berlusconi dalla sentenza del processo Mills, la maggioranza e il governo (schierato in Aula come un sol’uomo a difesa del Premier) manderanno in fumo migliaia di processi, privando persone che già hanno perso tutto anche di quel piccolo, ma per loro immenso, risarcimento morale previsto dalla Costituzione.
Ho parlato a lungo soprattutto con i parenti delle vittime di Viareggio. Mi ha colpito la loro voce bassa, la loro compostezza, la loro disperazione che bloccava anche le parole.
L’accusa che più mi è stata rivolta in questi anni dai “berluscones” vari che ho avuto modo di incontrare è di essere retorico: “Tutta retorica, la solita retorica di sinistra… e basta con questa Resistenza, con questi partigiani, con queste chiacchiere inutili, con questo Parlamento pletorico e diviso in due rami che rallenta il processo legislativo…”. A furia di ascoltare queste frasi, a furia di sentir ripetere dai vari Cicchitto, Gasparri, Quagliariello & C. che “la persecuzione giudiziaria nei confronti di Berlusconi è cominciata dopo la sua discesa in campo nel 1994, ad opera di quei magistrati di sinistra, toghe rosse, che vogliono sovvertire la volontà popolare”, insomma a furia di vivere immersi in questo clima di rissa perenne, abbiamo perso quasi del tutto la cognizione della realtà. D’altronde, nel “berlusconismo da combattimento” (come l’ha chiamato con una definizione geniale Massimo Giannini su “la Repubblica”), fine e mezzo coincidono: per governare, Berlusconi ha bisogno di un Paese assuefatto alla rissa e alle leggi “porcata” (mirabile confessione di Calderoli), allo scontro permanente e ad un Parlamento sempre più delegittimato. Il mezzo migliore per raggiungere lo scopo Berlusconi l’ha individuato, fin dalla sua “discesa in campo”, nella sfiducia degli italiani verso la politica: all’epoca, era ancora viva l’eco di Tangentopoli e il discredito degli italiani nei confronti della politica era alle stelle, con esponenti inseguiti per le strade e Bettino Craxi bersagliato dalle monetine della folla inferocita davanti all’hotel “Raphael”.
A quei tempi, Berlusconi – che ha inventato l’antipolitica militante tredici anni prima di Beppe Grillo – soffiava sul fuoco della rivolta popolare, benché dovesse all’amico Craxi quello che negli anni si sarebbe rivelato il suo maggior patrimonio, cioè le tre reti televisive che ancora oggi gli consentono di farsi propaganda ventiquattr’ore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni all’anno e trecentosessantasei nei bisestili.
Nel suo primo mandato (primavera del 1994), avrebbe voluto inserire nell’esecutivo addirittura Di Pietro e Davigo, due dei quattro magistrati del pool di Mani Pulite. Sembra incredibile, ma è così, a dimostrazione che il Nostro è sempre stato attentissimo al marketing elettorale. Allora, Di Pietro era il simbolo della lotta contro la corruzione e il malaffare, godeva di un’enorme popolarità e Berlusconi lo voleva nel suo cast di governo per sfruttarne la visibilità agli occhi dei cittadini.
È lo stesso Berlusconi che oggi insulta ad ogni piè sospinto i magistrati, fa allestire teatrini sotto il Palazzo di Giustizia di Milano, si scaglia contro Di Pietro con una durezza mai vista e alimenta la favola dello scontro tra politica e magistratura mentre, in realtà, ci sono solo dei giudici che svolgono il loro mestiere e un indagato che fa di tutto per difendersi dai processi anziché nei processi.
Come è possibile tutto questo? Come è potuto avvenire questo cambio di rotta? Semplice, Berlusconi è uno dei massimi esperti in fatto di pubblicità e sa sempre quale cavallo cavalcare e quale invece abbandonare: negli anni è riuscito a far passare il messaggio che i magistrati “lavorano contro l’interesse del Paese”, che lui è la vittima sacrificale di una “giustizia politicizzata e a orologeria” e che dunque è necessaria una “riforma epocale” e così via, in un crescendo esponenziale di accuse che gli ha permesso, l’altro giorno, di far passare alla Camera una legge che priverà di giustizia migliaia di vere vittime che, come nei casi dell’Aquila e di Viareggio, hanno visto morire i propri cari schiacciati dalle macerie o carbonizzati da una lingua di fuoco.
Un passo falso, però, finalmente l’ha commesso anche lui: ha sbagliato settimana. Venerdì scorso, infatti, due giorni dopo l’approvazione dell’ennesima legge pro-Berlusconi, a Torino sono stati condannati in primo grado i dirigenti della “ThyssenKrupp”, con l’accusa gravissima di omicidio volontario per il mancato rispetto dei parametri di sicurezza che causò il rogo nel quale morirono tra le fiamme sette operai.
È una sentenza storica che ristabilisce molte verità finora ignorate, come quella riassunta in un’affermazione di Antonio Bocuzzi, l’unico operaio sopravvissuto che oggi è deputato del Partito Democratico: “Dopo questa sera, nessuno può dire che è stata colpa del destino. Da questa sera il destino non esiste”.
C’era anche Bocuzzi, in piazza, mercoledì: lui che ha visto la morte in faccia e i propri colleghi, i propri amici, andarsene in quella maniera atroce. Non so perché, ma intravedo un sottile legame tra i due episodi, tra la disperazione di Roma e la gioia – che non è sete di vendetta, ma desiderio di giustizia – di Torino.
Tanto era lo sconforto davanti a Montecitorio, altrettanta era la soddisfazione nell’aula del tribunale di Torino.
Ricordo bene il dolore negli occhi dei familiari delle vittime: la votazione alla Camera, che per noi rappresentava solo l’ennesima legge “ad personam” voluta da Berlusconi, per loro equivaleva ad una sentenza di condanna; la condanna a non veder riconosciuti i propri diritti, a dover subire l’offesa – come dicono loro – di vedere “i nostri cari uccisi per la seconda volta”.
Per questo, in una Repubblica che dovrebbe essere fondata sul lavoro mentre oggi è fondata soprattutto sul precariato, la sentenza del procuratore Guariniello ha restituito a quelle famiglie e a tutti noi un minimo di speranza.
Certo, non sarà facile, perché di sicuro la legge passerà anche al Senato; ma a questo punto sarà più dura per il governo difenderla pubblicamente perché una sentenza, questa sì epocale al netto della retorica, ha ristabilito il princìpio che la legge è uguale per tutti e che chi ha visto i propri familiari sparire tra le fiamme ha diritto di sapere la verità, di ricevere quella giustizia che il processo breve negherebbe a un numero enorme di innocenti, salvando i colpevoli.
Roberto Bertoni
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