Clicca qui per il nuovo sito di Articolo 21 »
Ricerca con Google
Web articolo21.info
 
 
Articolo 21 - Sguardi sul mondo
La Primavera italiana
La Primavera italiana Tre manifestazioni in una settimana: vi confesso che sono sinceramente esausto e, mentre scrivo queste righe, gli occhi faticano a rimanere aperti. Tre manifestazioni bellissime: per la democrazia, per la scuola, contro la piaga del precariato, in poche parole: per la Costituzione e i suoi princìpi, quella stessa Carta che un Premier ormai incommentabile ha nuovamente detto di voler cambiare.
Tre manifestazioni ricche di passione, di colori, di persone, con un centrosinistra che, finalmente unito, senza le antiche ruggini, si è riappropriato di quel valore troppo a lungo accantonato, cioè la piazza, la libera espressione popolare, il sacrosanto sfogo di chi non ha altro modo per gridare la propria indignazione.
I tre eventi hanno avuto un comune denominatore: la freschezza, l’attenzione ai giovani e al loro modo di intendere la politica e la vita.
Non è un caso se le tre piazze hanno dato a molti l’impressione di passarsi il testimone: prima la difesa della legge uguale per tutti (martedì sera, mentre alla Camera 314 deputati dimostravano senza arrossire di credere davvero che Berlusconi avesse telefonato alla Questura di Milano per evitare un incidente diplomatico con l’Egitto; senza parlare del processo breve che, per fortuna, non è ancora passato grazie al provvidenziale ostruzionismo dell’opposizione), poi la scuola, autentico baluardo di qualunque paese civile, infine i giovani, i precari, che sabato pomeriggio sono usciti definitivamente dall’ombra nella quale qualcuno voleva che rimanessero per sempre.
Delle tre piazze democratiche, probabilmente, quella che rimarrà più impressa nella memoria collettiva è proprio l’ultima, quella che si è ritrovata sabato sera sotto il Colosseo, con tante magliette gialle e il coraggio di sfidare il mostro che sta privando la mia generazione di un futuro.
Con i lettori di questa rubrica, condividiamo da mesi la riflessione che il tempo sia maturo, che sia arrivato il momento di fare fronte comune davanti a un governo arroccato nei propri palazzi e disinteressato al dialogo e al confronto.
Sabato pomeriggio, una cortese giornalista mi ha domandato cosa mi aspetti dal governo; le ho risposto che da questo governo non mi aspetto nulla; da un governo riformista, invece, mi aspetto che riprenda la stabilizzazione dei precari, interrotta con la caduta di Prodi, e che abolisca quelle forme umilianti di lavoro come i contratti a progetto e simili.
“Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta” è uno slogan che ci trova da sempre pienamente concordi, fin da quando eravamo in pochi a credere che l’opposizione c’era, che doveva solo superare lo shock post-elettorale, che la gente non era affatto stanca della politica bensì di una certa politica: quella urlata, quella inconcludente, quella che si traveste da “governo del fare” e al tempo stesso non risolve neanche uno dei mille problemi che affliggono il Paese.
Sabato pomeriggio erano in piazza anche i precari dell’Alitalia: uno dei tanti miracoli incompiuti del Premier tuttofare che, a sentir lui, avrebbe risolto il dramma dei rifiuti a Napoli (neanche per idea), sanato la situazione dell’Alitalia (e allora perché i precari sono scesi in piazza?), avviato la ricostruzione dell’Aquila (no comment) e ora avrebbe persino salvato Lampedusa dall’“invasione” di immigrati in fuga dal Nord Africa (anche su questo punto, al termine di una settimana nella quale sono morte centinaia di poveri cristi in seguito all’affondamento della carretta con la quale hanno tentato di raggiungere l’Italia, è opportuno soprassedere).
Ho citato tutti questi episodi per rafforzare il concetto di una verità che, mano a mano, esce dall’isolamento ed esplode in tutta la sua crudezza.
Ricordate quando Berlusconi e il governo ci tacciavano di essere delle “Cassandre” perché mettevamo in guardia il Paese dalle conseguenze della crisi economica? La piazza di sabato è stata la risposta adeguata a quest’ennesima mistificazione della realtà.
Sono bastati quattro giorni e tre piazze per smascherare oltre la metà delle bugie che ci hanno raccontato in questi anni. Venerdì sera, durante la Notte Bianca della Scuola e della Democrazia, abbiamo visto da vicino in quali condizioni sono costretti a lavorare insegnanti e ricercatori a causa dei tagli del duo Gelmini-Tremonti.
Anche quella notte rimarrà, se non altro perché ha sancito l’avvio di un nuovo modo di fare politica: più spontaneo, più fresco, finalmente davvero attento alle richieste dei milioni di cittadini che non si recano più alle urne.
Rimarranno le riflessioni di Bice Biagi a Bologna e di Vincenzo Cerami a Roma, rimarrà l’immagine di una politica che si confronta e attinge dal nostro meraviglioso panorama culturale, rimarrà in particolare una frase di Anna Finocchiaro: “Il merito è importantissimo ma il nostro primo dovere è non lasciare indietro nessuno”. Quando ha pronunciato queste parole, ho avuto la certezza che abbiamo imparato dagli errori del passato.
E rimarrà anche un’altra immagine di questa settimana: quella dell’opposizione tutta unita in piazza Santi Apostoli, dai finiani Granata e Filippo Rossi a Ferrero e Diliberto; segno che non è affatto sbagliato il riferimento di Franceschini al Comitato di Liberazione Nazionale che caratterizzò il periodo della Resistenza.
Sotto a quel palco, sia pur con idee diverse, sia pur con prospettive differenti, ci siamo trovati tutti d’accordo sul punto più significativo: la Costituzione non si tocca.
Se in questo istante mi dicessero che sono previste tre manifestazioni anche la prossima settimana, sarei sinceramente felice, nonostante la fatica, i chilometri sotto al Sole, le notti insonni o quasi, la bocca arida e i piedi gonfi.
In questo momento mi sento come quella ragazza che citò Veltroni al Circo Massimo: sento di voler essere al centro della scena, non dietro le quinte, sento che il mio, il nostro tempo è adesso, che non c’è soddisfazione più grande che essere protagonisti di questa autentica Primavera italiana, di questa contagiosa volontà di tendersi la mano l’un l’altro per costruire un’Italia migliore.
Non vorrei che qualcuno pensasse che in questa settimana non ci sono state tensioni, che sotto i vari palchi siamo andati sempre tutti d’accordo; ci sono state difficoltà e incomprensioni, qualche malinteso, qualche attimo d’incertezza sul da farsi, persino qualche parola un po’ più forte ma questo è normale, è il bello della democrazia, è ciò che la rende speciale e preferibile a qualsiasi altra forma di governo.
Tutto questo sembra assurdo solo perché viviamo da diciassette anni nel falso incantesimo berlusconiano del pensiero unico: non esiste, non esisterà mai e, per tentare di farlo esistere, negli anni sono stati capaci di mettere alla porta galantuomini come Biagi, Santoro, il comico Luttazzi e tutti coloro che non erano, e non sono tuttora, disposti a uniformarsi a quest’idea aberrante.
Questa Primavera ci sta riabituando ad un concetto che avevamo smarrito: la democrazia non è tutta rose e fiori, non prevede che tutti vadano sempre d’accordo; al contrario, è dura, complessa e per funzionare ha bisogno di numerose mediazioni, di una compattezza di intenti unita ad una divergenza di proposte su come raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissati.
Il berlusconismo sta finendo, adesso lo hanno capito anche a destra.
Per questo, volendo continuare questo ideale passaggio di testimone tra un evento e l’altro, rinnoviamo l’appello lanciato dall’attore Pietro Sermonti dal palco della manifestazione dei precari: il 12 e il 13 giugno tutti alle urne per dire tre volte sì: sì all’abolizione del nucleare, sì all’abolizione della legge che prevede la privatizzazione dell’acqua, sì all’abolizione del legittimo impedimento, detto anche scudo salva-Berlusconi.
Per questo, sono felice di regalare ai lettori di questa rubrica uno slogan bellissimo che ho visto in piazza sabato: “Questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata”.
Roberto Bertoni
Notizie Correlate
Audio/Video Correlati
Dalla rete di Articolo 21