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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Se anche Napolitano dice basta
Se anche Napolitano dice basta In questi anni, dovunque abbia potuto scrivere riflessioni politiche, ho sempre cercato di limitare al minimo indispensabile le citazioni del Capo dello Stato. Questo, non certo per disistima o per disaffezione nei confronti di Ciampi prima e di Napolitano adesso, ma semplicemente per non dare l’impressione di “tirare per la giacchetta” una figura istituzionale che, per la Costituzione, dev’essere super partes.
Non l’ho mai fatto, ma lo farò ampiamente oggi, di fronte alla netta presa di posizione di Napolitano in merito alla crisi politica di un governo privo di una maggioranza politica e costretto, di volta in volta, ad aggrapparsi a tutti gli escamotage di questo mondo pur di non andare a casa.
Le ultime brillanti iniziative le abbiamo viste questa settimana alla Camera, con l’inversione dell’ordine dei lavori per favorire l’esame del disegno di legge sul cosiddetto “Processo breve” (cioè sull’ennesima legge “ad personam” per salvare Berlusconi dalla sentenza del processo Mills, che evidentemente teme ancor di più del caso Ruby) e tutto ciò che questo colpo basso ha comportato: il sit-in pomeridiano davanti a Montecitorio, l’uscita provocatoria di La Russa, i fischi e gli attacchi al Ministro della Difesa ad opera dei manifestanti (stranamente fatti arrivare fin davanti al portone della Camera anziché tenuti dietro le transenne), la figuraccia del suddetto La Russa al rientro in Aula, tra gli applausi smodati a Franceschini e il “vaffa” a Fini che ha sospeso la seduta.
L’indomani, altra seduta, altra bagarre, con i ministri richiamati in fretta e furia a votare per non far andare sotto il governo sul processo verbale, cioè sul verbale della seduta del giorno precedente nel quale, guarda i casi della vita, mancava lo spiacevole episodio tra La Russa e Fini.
Se a tutto questo aggiungiamo l’indescrivibile episodio che ha visto protagonista la deputata disabile del PD, Ileana Argentin, la misura è colma e l’intervento di Napolitano, per quanto irrituale, ci appare, più che comprensibile, indispensabile.
Non era mai accaduto che il Capo dello Stato convocasse al Quirinale i capigruppo dei vari partiti senza una conclamata crisi di governo e prima dello svolgimento di nuove elezioni. Alle tante anomalie introdotte dal berlusconismo, si va a sommare anche questa, la più grave, che dimostra come ormai da mesi il governo non esista più, prigioniero dei diktat leghisti (l’ultimo, questa settimana, quello di Bossi sugli immigrati da mandare “fuori dalle palle”), degli appetiti dei sedicenti “Responsabili” e degli smottamenti interni di un partito, il PDL, che non è mai davvero esistito, a parte i pochi mesi in cui il Presidente della Camera è stato al gioco in seguito alle elezioni vinte nel 2008.
Non ho mai fatto l’interprete dei pensieri del Capo dello Stato, non mi sembra corretto, ma confesso che ho sempre avuto l’impressione che a Napolitano questo governo non sia mai piaciuto nemmeno un po’, come anche Berlusconi, con la differenza, rispetto ai più sanguigni Scalfaro e Ciampi, che Napolitano è sempre stato un “lord”, un galantuomo che ha basato tutta la propria vita e la propria carriera politica sulla diplomazia e sulla capacità di mediazione. Non a caso, pur essendo comunista, era uno dei pochi che riusciva ad essere accolto con tutti gli onori anche in America, in piena Guerra Fredda, con il mondo diviso in due blocchi e il forte sospetto da parte degli americani che il PCI stesse sul fronte opposto.
Qualcuno ha malignamente fatto notare che Pertini, a Berlusconi non avrebbe neanche conferito l’incarico; che Scalfaro gli avrebbe respinto le proposte di mezzo governo; che Ciampi almeno su qualcuno avrebbe messo il veto. Probabilmente è vero, ma non significa nulla.
Ognuno ha la sua personalità e non ha alcun senso confrontare il comportamento di Capi dello Stato che si sono trovati di fronte a condizioni sociali, economiche e politiche totalmente diverse: chissà cosa avrebbe fatto Tizio, chissà cosa avrebbe detto Caio è un discorso becero e qualunquista perché, di sicuro, anche Pertini, Scalfaro e Ciampi, se si fossero trovati a dover giudicare nel contesto attuale, essendo uomini con un altissimo senso dello Stato e delle istituzioni, avrebbero assunto decisioni diverse da quelle che presero a suo tempo.
Analizzando, invece, il dato politico in sé, possiamo dire che siamo giunti al punto di svolta di questa legislatura perché Napolitano ha definitivamente accantonato il “fair play” e assunto il ruolo inedito ed estremo di “Presidente governante”, intervenendo in prima persona in uno scenario istituzionale ormai insostenibile, con il Parlamento ridotto a mercato del pesce e l’immagine dell’Italia compromessa a livello internazionale nell’anno del suo centocinquantesimo anniversario.
Anche Napolitano, in poche parole, ha detto basta: finora ha tollerato, non ha voluto esagitare gli animi, si è tenuto in disparte come è giusto che faccia un Presidente della Repubblica, ma adesso pure lui è stufo e, di sicuro, preoccupato per i possibili sviluppi di questo clima da guerra civile che sta minando oltre mezzo secolo di conquiste democratiche.
Viviamo, infatti, in un Paese allo sbando, privo di un governo autorevole, con i sindacati divisi su tutto (e due su tre troppo disponibili, loro sì, alla mediazione con il governo), una disoccupazione giovanile al galoppo, una scuola, un’università e una ricerca sempre meno in sintonia con i parametri richiesti dall’Europa e uno sviluppo economico assente. Andando avanti così, nel giro di pochi mesi, c’è il concreto rischio che gli altri paesi comincino ad uscire dalla crisi economica globale (da noi denunciata fin da quando esplose mentre il governo la negava spudoratamente, definendoci “Cassandre”) mentre noi sprofondiamo in una crisi totale tutta italiana, priva di appigli internazionali proprio perché unicamente nostra, dovuta al mal governo di un Presidente del Consiglio ormai impresentabile dappertutto.
A incidere nella decisione estrema di Napolitano, deve aver pesato parecchio anche la sconcertante assenza del governo italiano dai vertici mondiali sulla crisi libica, con l’Italia, paese fondatore dell’Unione Europea, paese un tempo di primo piano e sempre invitato ai consessi internazionali, oggi ridotta a subire passivamente le scelte altrui.
Senza contare la clamorosa gaffe di Frattini, capace di inventarsi un piano italo-tedesco sulla Libia, con il concreto rischio di scatenare una crisi diplomatica con una Germania del tutto ignara delle mirabili proposte del nostro Ministro degli Esteri. So che non è il momento di lasciarsi andare all’ilarità, ma consentitemi di scherzare un po’ su un atteggiamento che ricorda quello dei bambini timidi perdutamente innamorati di una fanciulla: “Sono fidanzato con lei, ma lei non lo sa”.
È da quando è iniziata la crisi del governo che denunciamo l’inconsistenza di una maggioranza mai, in realtà, veramente esistita (a meno di credere che il malessere dei finiani sia nato così per caso, perché Fini e Bocchino all’improvviso sono diventati “komunisti”), con il Quirinale come unico argine al degrado istituzionale in atto e come unico interlocutore per il Paese.
Ricordate gli studenti in lotta contro la “riforma” Gelmini? L’unico che li ha ricevuti, legittimando la loro battaglia, è stato Napolitano, al pari di tutte le altre categorie di poveri cristi che perdono il lavoro e sono costretti, per farsi ascoltare, a gesti estremi come salire sui tetti o occupare scuole, università, aziende e fabbriche prossime al fallimento.
Categorie, queste, è bene ricordarlo, che nel 2008 non furono avare di voti per il centrodestra, ma che ora si accorgono di aver mal riposto la propria fiducia, di essersi consegnati nelle mani di un Premier Bunga Bunga e di un governo che pensa solo alla propria sopravvivenza alla Camera e ignora beatamente tutte le richieste d’aiuto che gli provengono dal Paese reale allo stremo.
Per questo, anche Napolitano ha detto basta. Qualcuno, sempre i soliti maligni, insinua che abbia aspettato troppo e che questo ritardo abbia causato all’Italia tre anni suddivisi tra mal governo e non governo. Noi siamo di diverso avviso, crediamo al contrario che Napolitano abbia fatto bene a percorrere fino in fondo tutti i possibili canali istituzionali. Questa scelta di grande coraggio, caratterizzata da una pazienza che pochi esponenti istituzionali del suo livello avrebbero avuto, rafforza oggi la sua presa di posizione, fugando ogni dubbio sulla necessità di restituire la parola ai cittadini.
Roberto Bertoni
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