di Antonella SciocchettiEntrò subito nell'Olimpo del Festival di Sanremo, la canzone "Signor Tenente", presentata da Giorgio Faletti nel 1994, a soli due anni dalla morte dei giudici Falcone e Borsellino e delle loro rispettive scorte, caduti per mano mafiosa. Un omaggio sentito, quello di Faletti, con cui si guadagnò il premio della critica e il secondo posto della classifica finale, ma soprattutto una riflessione accorata che mostrò al pubblico televisivo l'altra faccia dell'attore comico astigiano, quella che lo ho portato ad essere tra i più apprezzati e prolifici autori e scrittori italiani, e ad aggiudicarsi l'ambito premio De Sica per la Letteratura nel 2005.
La carriera di Giorgio Faletti è un bell'esempio di come la comicità non escluda l'impegno sociale, e di come l'ironia intelligente, non la satira improduttiva, scontata e volgare, unita ad una sincera interpretazione della nostra storia possano stimolare altre reazioni, altre riflessioni, anche a distanza di tempo...e perfino su temi delicati e spinosi come la mafia e le grandi stragi.
E' quello che è accaduto ad Antonio Grosso, autore della pièce "Minchia Signor Tenente", che dalla canzone di Faletti (allora alleggerita nel titolo per ovvie esigenze televisive) ha tratto ispirazione per disegnare uno spettacolo accattivante ceduto all'ottima regia di Nicola Pistoia.
Otto personaggi, ben delineati, raccontano la quotidianità di una Stazione dei Carabinieri in un piccolo paese della Sicilia dove tutto scorre lento. "Cca un succeri mai nenti, l'aria è sempri a stissa, i cristiani su sempri i stissi! I cosi su sempri i stissi!": così esordisce il primo personaggio. Vediamo i protagonisti alle prese con dinamiche precise e ripetitive, con innocui e divertenti ‘giochi di squadra' che ammazzano il tempo ed esorcizzano la paura della professione. Una professione fatta di responsabilità, di regole che implicano anche altalene emotive tra l'amicizia e il dovere, tra la l'amore per la divisa e quello per una donna (una deliziosa Maria Antonietta Tilloca, nei panni di Sara, la fidanzata segreta di uno dei Carabinieri).
Ottimo il cast! Daniele Antonini, Antonello Pascale, Josefia Forlià, Francesco Nannarelli, Fabrizio D'Alessio e lo stesso Antonio Grosso ci appassionano alla piccola Caserma al servizio dello Stato: sei uomini di una stessa "famiglia" che si divertono a sognare vincite al lotto per cambiare vita, a sperare in promozioni, a difendersi dalle imposizioni delle gerarchie irridendole con spirito bonario. Un "famiglia" di militari contrapposta alle altre "famiglie", quelle che si muovono nel buio, che si parlano in codice al telefono, quelle che nell'ombra progettano la morte di chi fa luce sulla verità. Una verità che non combacia con quella espressa dal personaggio del mafioso (un doppio ruolo per il bravissimo Josefia Forlià). "L'uomo per sua natura tende ad essere egoista, in cosa nostra non puoi esserlo devi essere altruista e devi dire sempre la verità, perché se non dici la verità ti incaprettano". Sono parole dure, pesanti, che si uniscono ad altre disseminate qua e là in una storia che vive di una ironia genuina e disarmante, lontana dagli stereotipi abusati nelle ‘barzellette' sui Carabinieri, ma calata in uno scanzonato clima di cameratismo che è drammaturgicamente necessario agli effetti comici voluti nel primo atto.
Interpretato da un efficace Natale Russo, che pure a tratti si concede qualche perdonabile eccesso mimico, il personaggio emblematico dello spettacolo è Domenico Pererella, un apparente sempliciotto del paese, costretto dalla sua labile memoria a denunciare continui furti di cui si sente impareggiabile vittima. La presenza di Pererella aggiunge alla forza comica della pièce aspetti poetici che preparano lo spettatore alle più intime riflessioni del secondo atto, dai risvolti inaspettatamente tragici e densi di commozione... che sarebbe bene lasciare, in sorpresa, agli spettatori.
"Mi la ricordu accussì la me isola, bedda, china di ciuri, chi ciavuru, rose viole zagare gelsomini, di virdi, ma soprattutto china di omini!" - commenta sul finale Pererella.
I lunghi applausi della platea commossa accompagnano la toccante sequenza video sulla quale scorrono i volti degli "uomini" che hanno speso la propria vita dentro e fuori da questa isola bella. Sono i volti dei veri eroi del nostro tempo, le cui "tensioni morali continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini".
L'invito implicito è a non farli sbiadire come le foto che li traggono, abbandonandoli all'oblio tanto caro al popolo italiano. L'auspicio è che "Minchia, Signor Tenente!" non sia espressione di ‘insubordinazione', ma un collettivo grido di lotta all'illegalità e all'ingiustizia, perché la mafia - parafrasando un'altra delle indimenticabili massime del giudice Falcone - non colpisca più i "servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere".
Fannulloni, accattoni… e poi?
Ottavia Piccolo: "A teatro si ragiona, si discute, si ride e si piange. Almeno fino a quando ci permetteranno di farlo"
Possibile che un ministro della Cultura non riesca a difendere il nostro vero patrimonio, la Cultura?
Giulietti: "Voterò sfiducia a Bondi per quello che non ha fatto"
IL Bifest Cinema di Bari la cultura che si mangia dal 22 al 28 gennaio 2011
Dal Valle occupato la sfida: occupiamo un teatro in ogni città!
Cinema e diritti umani: "Sguardi diritti"
La vacanza- Il caso di Ilarai Alpi e Miran Hrovatin
L'albergo Rosso
L’arte del dubbio
Democrazia
Io provo a volare!
Cultura bene comune... a Palermo
Giulia Mureddu: l'Italia deve reinventarsi
Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli
Donna non rieducabile. A ottobre al Teatro India



