Un milione e quattrocentomila firme. Il referendum sulla privatizzazione dell'acqua si farà e, il 26 marzo, una mobilitazione cercherà di portare la questione tra le braccia dell'opinione pubblica. Basteranno due crocette: sì, perché l'acqua sia considerata e trattata come un bene pubblico; no, perché venga confermata quale merce.
Le nuove norme dirette a privatizzare la gestione delle risorse idriche sono accompagnate dalla tesi che la gestione pubblica sia ricca di sprechi. Gli acquedotti italiani sono una sorta di gigantesco colabrodo: ogni anno, secondo un documento della Confartigianato, il 30,1% dell'acqua immessa nella rete si perde per strada. Tradotto in termini monetari si tratta di quasi due miliardi e mezzo di euro l'anno persi chissà dove. Acqua buttata via per il pessimo stato della rete, per la mancanza di investimenti, per gli allacci abusivi e per una gestione sicuramente sconsiderata del servizio.
Ora, perché privatizzare? Siamo sicuri che appaltare a delle aziende la gestione del servizio significhi ridurre questo spreco? Quello che fa paura è l'idea che qualcuno - e non lo Stato - possa cercare di raggiungere il massimo profitto gestendo la nostra acqua. È questo lo scopo di un'impresa: massimizzare il profitto. Si tratta di una prospettiva che non può coesistere con chi percepisce l'acqua come un valore.
Diciamocelo: viviamo in Italia e l'ambiente ha il suo peso. Vediamo i nostri politici cambiare fronte come banderuole al vento dei sondaggi, li vediamo cambiare schieramento da un giorno all'altro mentre difendono con balle colossali - non possono crederci davvero - le decisioni scellerate con cui avvantaggiano i pochissimi sulle spalle del Paese. Viviamo nell'Italia delle infiltrazioni mafiose, nell'Italia che ignora le piazze più gremite, tra le parole di chi oggi parla per smentirsi domani. I nostri politici mancano di autorevolezza, ci hanno insegnato a dire "non crediamogli troppo". È in questo contesto che si colloca la privatizzazione dell'acqua. Dubito che un imprenditore, sia piccolo, medio o grande, possa sperare di spuntare l'appalto di gestione dell'acqua pubblica a qualche potentissima multinazionale. Chi sarà in grado di far valere le ragioni dei cittadini contro un immenso potere finanziario? Questo parlamento? Questa maggioranza?
È allucinante pensare che oggi ci sia bisogno di scendere in piazza o di andare a votare per evitare che l'acqua sia definitivamente lanciata sul mercato. Invece di buttarci anima e corpo nelle questioni del nostro tempo siamo un'altra volta costretti a impegnarci per difendere valori che si credevano fuori discussione. Acqua, scuola pubblica, e ancora, e ancora. Mai un attimo per respirare e avere il tempo di accorgersi che intorno a noi le persone muoiono di fame, che ci sono guerre appena un passo oltre i nostri orizzonti o che giovani di quarantacinque anni ancora cercano un lavoro.
Un milione e quattrocentomila firme. Ora il referendum. Cerchiamo di non perderlo.
Stefano Porciello
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