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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Cosa vuol dire essere italiani oggi
Cosa vuol dire essere italiani oggi Essere italiani non è mai stato facile. Diciamo che fin dai tempi di Mazzini e Garibaldi è un mestiere che può essere annoverato di diritto tra i lavori usuranti. Usurante perché rischioso, perché ricco di insidie, perché caratterizzato da un cammino incerto nel quale ogni tanto ci si imbatte in diluvi della storia come la non-ideologia fascista e poi ci vogliono anni per risollevare il Paese dalle macerie. Ma diciamolo, oggi più che mai: è bello essere italiani.
Quando penso all’Italia, mi viene in mente la soddisfazione di quando svolgevo i compiti di matematica e alla fine, dopo lunghi tentativi, riuscivo a risolvere un esercizio complicato con le mie sole forze.
L’Italia per me è un compito di matematica: la maggior parte degli esercizi non ti viene, ti scoraggi e ti rassegni all’idea di consegnare in bianco; poi passa la professoressa che ti dice di non mollare, t’incoraggia e magari, finalmente, un esercizio ti viene e poi un secondo e poi un terzo, come le pedalate di Bartali quando era in difficoltà durante una tappa.
L’Italia è sempre stata una squadra di calcio che non conosce le vittorie facili (anche se, modestamente, possiamo esibire nella nostra bacheca quattro Mondiali e un Europeo, più i titoli vinti dall’Under 21); una squadra che può vincere solo se in panchina siedono allenatori come Uccio Valcareggi o Enzino Bearzot, gente tosta, friulana, con il volto levigato dalla Bora, in cui ogni ruga equivale a un avversario sconfitto; una squadra che può vincere solo se squassata dal terremoto del Calcioscommesse (1982) o da Calciopoli (2006); una squadra che per superare la Germania Ovest ha sacrificato le coronarie di chissà quanti malati di cuore.
Essere italiani significa essere predisposti naturalmente al sacrificio: significa lasciare tutto e imbarcarsi su un piroscafo con una valigia di cartone e la nostalgia che ti divora, significa affrontare le umiliazioni e i pregiudizi ma riuscire a uscirne rafforzati, come ha raccontato in una splendida riflessione Barack Obama, ricordando che “oggi l’eredità di Garibaldi e di tutti quelli che unirono l’Italia vive in milioni di donne e uomini americani di origine italiana, che hanno reso più forte e ricca la nostra nazione”.
Siamo grati al Presidente americano per queste sincere parole di stima e di affetto e gli siamo ancora più grati per aver esortato il suo popolo a “studiare la storia dell’unificazione dell’Italia” che è durata decenni ed è continuata anche dopo, quando i nostri connazionali che avevano combattuto sul Piave o sul Tagliamento emigravano oltreoceano in cerca di fortuna. Tra questi, in occasione di un anniversario così importante, mi preme ricordare Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti che finirono sulla sedia elettrica pur essendo innocenti, a dimostrazione di quanto abbiano dovuto lottare gli italiani per affermarsi nel mondo.
Spesso siamo stati ingiustamente accusati di essere vigliacchi, ma tutto si può dire di noi italiani (furbetti, un po’ profittatori, talvolta persino poco idealisti) tranne che vigliacchi, dato che senza il coraggio di chi a vent’anni salì sui monti, a rischio della vita, per combattere il nazi-fascismo, oggi questo Paese e questo mondo sarebbero assai peggiori.
Una piccola rievocazione storica dei momenti che hanno segnato questi centocinquant’anni era doverosa, perché se non si conosce il passato non si può vivere pienamente il presente né progettare il futuro. Ma cosa vuol dire essere italiani oggi? Vuol dire, purtroppo, anche essere costretti a vivere in un Paese dilaniato da continui scontri pseudo-ideologici che, in realtà, si risolvono sempre in un referendum pro o contro Berlusconi; vuol dire anche navigare a vista, senza certezze, senza un domani sicuro, con un lavoro precario o inesistente, con una generazione, la mia, che si sente tagliata fuori da tutto già a vent’anni e, di conseguenza, si sta lasciando andare. Per fortuna, però, vuol dire anche vivere in un Paese in cui c’è ancora qualcuno che crede nella forza dei valori e delle idee, in cui ci sono milioni di insegnanti meravigliosi, di ricercatori che accettano di guadagnare la metà o anche meno di quanto offrirebbero loro all’estero pur di rimanere a lavorare qui, di imprenditori onesti e attenti alle esigenze dei propri dipendenti, di giornalisti liberi e con la schiena dritta (non sono la maggioranza, purtroppo, ma non sono neanche così pochi come qualcuno crede ed è giusto dirlo), di sacerdoti con don Luigi Ciotti e monsignor Giancarlo Bregantini, di magistrati come Antonio Ingroia, di intellettuali come Saviano e di esponenti politici (anche qui vale lo stesso discorso fatto per i giornalisti) che difendono i princìpi della Costituzione e si battono contro la criminalità organizzata in regioni nelle quali essere onesti è diventato un fardello anziché un presupposto irrinunciabile per occuparsi della cosa pubblica.
Sono italiani i ragazzi e le ragazze “così belli a gridare nelle piazze”, come canta il professor Vecchioni, per difendere il valore della scuola pubblica; e sono italiani anche coloro che, a qualunque età, entrano in un circolo di partito e restituiscono un senso alla parola ideologia come anche alla parola concretezza che è esattamente l’opposto del cancro del “concretismo”: falsa concretezza che nasconde un oceano di cinismo, quasi una crasi delle due parole.
Sono arrivato al punto di pensare che oggi dobbiamo tutti riconquistare il diritto di essere italiani perché questo, come ha scritto coraggiosamente Carlo Azeglio Ciampi, non è il Paese che sognavano i nostri coetanei che quasi settant’anni fa combatterono la guerra di Liberazione per regalare alle generazioni successive la possibilità di esprimersi liberamente.
Essere italiani oggi vuol dire avere la forza interiore di lottare perché, specie per i giovani, non è semplice resistere alla tentazione di scappare via da un Paese immobile e privo di opportunità.
Quando dico che dobbiamo riconquistare il diritto di essere italiani, mi riferisco proprio a questo: riconquistare i nostri diritti basilari, quelli che per troppo tempo abbiamo considerato ormai acquisiti, senza accorgerci che man mano si assottigliavano sotto i nostri occhi.
Essere italiani oggi vuol dire ribellarsi alla scomparsa del senso di solidarietà che in periodi non lontani era un nostro carattere distintivo; essere italiani oggi significa rileggere la Costituzione e diventare noi stessi delle costituzioni viventi, nel senso che quei centotrentanove articoli devono entrare dentro di noi come sono entrati nel cuore dei nostri genitori e dei nostri nonni.
Essere italiani oggi significa pretendere rispetto anche da chi, eletto in Parlamento con i voti degli italiani, decide di disertare le celebrazioni ufficiali mentre il presidente Napolitano fa di tutto per garantire l’unità e la coesione nazionale.
Essere italiani oggi significa fare un giro per le strade e per le piazze delle nostre città e rendersi conto che siamo l’unico Paese al mondo che potrebbe vivere di rendita se solo sapesse valorizzare adeguatamente il proprio patrimonio artistico.
In seguito al terremoto dell’Aquila, fu lanciata l’idea di adottare un monumento di quelli danneggiati dal terremoto per riportarlo all’antico splendore. Ebbene, adottiamo noi cittadini i nostri monumenti (non economicamente perché non ce lo possiamo permettere ma moralmente), pretendendo che siano tutelati e difesi, come dev’essere tutelata e difesa la nostra tradizione enogastronomica ma senza discriminare i cibi introdotti dagli immigrati che sono, a loro volta, un patrimonio culturale.
Essere italiani oggi significa, infine, abbattere tutte le barriere invisibili che mettono a rischio la piena integrazione anche degli immigrati di seconda generazione. Noi siamo un popolo di emigranti e dobbiamo avere ancora più rispetto nei confronti di queste persone che il 17 marzo hanno intonato, loro sì, l’Inno di Mameli avvolti nel Tricolore.
Per la sua posizione geografica, l’Italia è da sempre un crocevia di destini che s’intrecciano, di storie, di usi, costumi e tradizioni senza i quali non avremmo la Palermo arabo-normanna che, al netto dei rifiuti sparsi per le strade, tutto il mondo viene ad ammirare.
Personalmente, il mio 17 marzo l’ho trascorso con la bandiera alla finestra e in compagnia de “L’Italia del Risorgimento” di Indro Montanelli, un uomo libero che ha speso la vita a farci riflettere sui nostri più gravi difetti, riuscendo nell’impresa di mettere al tempo stesso in risalto i nostri migliori pregi.
Viva la Costituzione! Viva la Repubblica italiana nata dalla Resistenza al nazi-fascismo!
Roberto Bertoni
P.S. Anche questo articolo è dedicato al popolo giapponese, con l’aggiunta di quello libico perché non c’è modo migliore di rendere omaggio al proprio Paese che schierarsi al fianco di chi si batte per salvare vite umane o contro una dittatura, si spera, al capolinea.
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