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Nuova Panda schiavi in mano
Nuova Panda schiavi in mano

Per chi non avesse ben chiaro il percorso di ristrutturazione nel mondo del lavoro a partire dal nuovo corso imposto alla Fiat dall'Ad Sergio Marchionne, consigliamo la lettura di Nuova Panda schiavi in mano, testo scritto a più mani frutto dello studio del gruppo di lavoro che fa capo alla Fondazione Centro per la Riforma dello Stato, editore Derive Approdi. “ Un testo di parte” come tiene a sottolineare Mario Tronti nel saggio finale che chiude lo studio, e nello specifico la parte è quella dei lavoratori. Autore un gruppo eterogeneo di giovani, precari, di formazione e provenienza molto diverse tra loro, (come loro stessi si autodefiniscono) impegnati in una ricerca di senso e nel tentativo di fornire non solo una valida chiave di lettura a quanto innescato dal super manager italo-canadese, ma anche numerosi spunti di riflessione per un percorso che ha nella vicenda Fiat, in Pomigliano in particolare, un punto nodale e per questo degna della massima attenzione soprattutto da parte di chi, invece si è mostrato più distratto.
La vicenda di Pomigliano diventa modello emblematico di una riorganizzazione del lavoro in cui a predominare è lo “sfruttamento senza controllo e la neutralizzazione politica”, laddove la contrattazione, i diritti, le lotte sindacali vengono definitivamente accantonati e sacrificati sull'altare della logica unica del profitto... salvo però spacciare il tutto, di fronte ai lavoratori e all'opinione pubblica collettiva, come inevitabile forma di difesa del “diritto al lavoro”: imprenditore e operaio uniti per salvare l'azienda e le sorti del paese. Una logica non solo respinta, ma anzi ampiamente contestata e smantellata dal testo in esame.
I diritti del lavoro, sostengono gli autori, cedono definitivamente il posto al diritto al lavoro e il sindacato si trova così a svolgere un ruolo completamente diverso: diviene gendarme a guardia della forza lavoro.
Ed è qui che emerge forse il concetto cardine dell'intero studio: “ la solitudine politica del lavoro” è quello che Pomigliano e Mirafiori testimoniano con maggiore chiarezza; a destra come a sinistra si plaude all'impresa Marchionne, mentre l'operaio non trova più un interlocutore valido, capace di portare avanti le sue istanze e difendere i suoi diritti. La critica è evidentemente rivolta alla sinistra, incapace di farsi portavoce a Pomigliano per esempio, dell'evidente dissenso dei lavoratori, come in seguito dimostrato dal risultato del referendum. Ed è proprio da quel referendum, da quel No detto con coraggio dai lavoratori a rischio, che giunge, a parere degli autori, un messaggio forte che non può essere lasciato cadere: la classe operaia è ancora in grado di resistere, la resistenza di Pomigliano è la resistenza del mondo del lavoro, resistenza a cui ci si deve aggrappare, onde sfuggire ad una inevitabile “ brutalizzazione del lavoro tutto.”  Brutalizzazione come conseguenza ultima di quel  percorso neoliberista che nel nostro paese non ha avuto pieno svolgimento, causa i numerosi paletti imposti dalle conquiste sindacali.
La fase di lotte che si erano concluse sempre con la Fiat a Mirafiori negli anni '80, sembra voler dire il libro, ripartono dunque da Pomigliano e succede già da anni con numerose forme di protesta, non ultima il movimento nato dentro la fabbrica, “Pomigliano non si piega”, animato dalla sola Fiom.
Il testo si sofferma chiaramente sui nuovi termini contrattuali imposti a Pomigliano come anche a Mirafiori, tracciando in sequenza le diverse tappe in crescendo verso l'intensificazione di ritmi produttivi e l'aumento delle vessazioni nei confronti della forza lavoro, sempre di fronte al ricatto costante della perdita del posto, per sottolineare le palesi contraddizioni dell'intero sistema e il pesante svuotamento di uno strumento come il Contratto collettivo nazionale.
Una sconfitta sindacale, ma soprattutto sociale e politica che richiede un nuovo slancio proprio a partire dal no di Pomigliano.

Di Bruna Iacopino

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