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Damiano, i giovani e l’Italia che resiste
Damiano, i giovani e l’Italia che resiste Due splendide iniziative in una settimana, alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, sono il modo migliore per rendere omaggio a questa nostra bistrattata nazione che da anni resiste al berlusconismo e ai suoi continui attacchi ai princìpi costituzionali.
Le due iniziative in questione si sono svolte, rispettivamente, giovedì 10 e sabato 12 marzo: la prima, che ha visto la partecipazione dell’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, si inserisce nell’ambito di un progetto avviato dai Giovani Democratici della Provincia di Roma e riguarda il tema fondamentale (e, soprattutto per la nostra generazione, angoscioso) del lavoro; l’altra, promossa da questa associazione, dalla Rete degli Studenti, dal Popolo Viola e da centinaia di migliaia di cittadini che sono scesi nelle oltre cento piazze italiane e straniere, costituisce un argine importantissimo alla deriva morale cui le recenti esternazioni del Presidente del Consiglio stanno conducendo il Paese.
Giovedì sera, presso il circolo PD di Monterotondo Scalo, Cesare Damiano ha illustrato la sua riforma sui lavori usuranti: un decreto firmato dallo stesso Damiano nel marzo del 2008, quando al governo c’era ancora Prodi, che stanzia una copertura di 2,52 miliardi di euro per il periodo 2008-2017, garantendo ai lavoratori impiegati in tali mansioni (circa cinquemila l’anno: personale delle cave, miniere, gallerie, palombari, lavoratori esposti ad alte temperature, lavoratori notturni, addetti alle catene di montaggio, conducenti di autobus ecc.) la possibilità, a regime, di andare in pensione fino a tre anni prima degli altri dipendenti.
Come ha scritto Damiano su “Europa”: “Con l’audizione dei rappresentanti delle parti sociali, che si è tenuta martedì scorso alla camera, sta giungendo finalmente a conclusione la vicenda dei lavori usuranti. Ieri (mercoledì 9 marzo, n.d.r.), un altro passo avanti: è stato votato all’unanimità dalla commissione lavoro della camera il parere favorevole al decreto. Anche se arriva con tre anni di ritardo, nel corso dei quali sono stati sottratti ai lavoratori sottoposti a mansioni particolarmente faticose 283 milioni di euro (quelli stanziati con il Protocollo del welfare del 2007 per il biennio 2009-2010), si tratta di un provvedimento importante”. Ha fatto benissimo Damiano a sottolineare questo ritardo nell’attuazione del provvedimento, mettendo a nudo il disinteresse dimostrato da questo governo nei confronti di argomenti dai quali dipende il futuro dell’Italia.
Se è vero, infatti, che la nostra generazione è ancora lontana dalla pensione, e che il vero problema dei giovani è la mancanza di lavoro (dati recenti affermano che il ventinove per cento dei ragazzi è senza lavoro e sta aumentando la percentuale di coloro che, nella fascia tra i 15 e i 29 anni, non studiano e non lavorano), è altrettanto vero che per la nostra generazione è stata allestita una seconda trappola: la pensione, per noi, non è stata prevista.
Nel corso dell’incontro (dal titolo significativo: “A letto senza cena – Racconto di una generazione in crisi”), Damiano ha presentato una proposta che va in senso opposto alle strampalate, per non dire assenti, politiche del governo: prevedere fin da ora una pensione minima di cinquecento euro per ciascun giovane alla quale sommare quella che avremo maturato in base ai contributi versati.
Uno dei passaggi più importanti dell’intervento dell’onorevole è stato proprio in merito a questo concetto: la sostituzione del sistema pensionistico retributivo con quello contributivo, avvenuta ormai da quasi vent’anni, ci obbliga a ripensare l’avvenire delle nuove generazioni. Ciò accade anche perché non esiste praticamente più il concetto di posto fisso, essendosi diffuso il cosiddetto modello “flessibile” (che prevede, cioè, almeno un cambio di lavoro durante la propria vita lavorativa) ed essendo ormai richiesto un livello di competenze e di professionalità che rende assai difficile iniziare a lavorare senza aver conseguito almeno un diploma di scuola superiore. Pertanto, chi nella mia generazione ha scelto di frequentare l’università, nel migliore dei casi, inizierà a lavorare a venticinque anni. Questo significa che per raggiungere i quarant’anni di contributi, necessari per garantirsi una pensione adeguata, è indispensabile un aumento dell’età pensionabile, stante il fatto che attualmente la maggior parte dei giovani non inizia a lavorare prima dei trent’anni, quasi sempre con un impiego precario e contributi intermittenti. A quanti anni, dunque, potremo andare in pensione senza avere la certezza di doverci rivolgere alla caritas per un pasto caldo e un letto nel quale dormire?
In un simile contesto d’incertezza, in un Paese che non ha ancora messo a punto un piano di sviluppo per i prossimi vent’anni, con un governo cui certo non si può riconoscere la virtù della lungimiranza, l’idea di Damiano ha significato per noi una boccata d’ossigeno e ci dà modo di raccontare l’altro grande momento di questa settimana.
Da quando è tornato Berlusconi, sono stato in tante piazze: con gli studenti, con il PD, con le donne, con Articolo 21, con MicroMega, ma devo dire che in quest’ultimo mese, a cominciare dalla manifestazione delle donne, qualcosa è cambiato.
Ricordate la famosa frase di Nanni Moretti a San Giovanni? Era il 14 settembre del 2002, una vita fa, e Moretti scandì dal palco: “Non perdiamoci di vista”. È stato questo il grande errore che abbiamo commesso negli anni scorsi: perderci di vista, disperdere lo straordinario patrimonio di energia, entusiasmo e passione civile che sempre proviene dalle piazze democratiche in difesa della Costituzione, della scuola pubblica, del futuro dei giovani, della libertà d’informazione, della legalità, del lavoro, della giustizia. Tante piazze, tanti argomenti, un unico grande popolo che si ritrova unito intorno ai valori della “Carta più bella del mondo” – come la definisce sempre Bersani – al di là delle rispettive appartenenze politiche.
Sabato, in piazza, c’erano studenti e ricercatori, insegnanti e precari, immigrati, esponenti del centrodestra e del centrosinistra, giovani e anziani; ma c’erano soprattutto il Tricolore, quello che Bossi consigliò una volta di usare come carta igienica, e moltissime copie della Costituzione, con i suoi articoli portati letteralmente addosso dalla gente, a testimonianza che la Carta redatta dai Padri costituenti “è mia sorella”, come ha detto Ottavia Piccolo con una meravigliosa trovata artistica.
Sabato pomeriggio è stata più che mai la piazza, anzi le piazze, della gente, con i politici nazionali che si confondevano con piacere tra la folla, riaffermando con questo gesto simbolico di essere innanzitutto cittadini. Sì, cittadini, perché bisogna smetterla con espressioni come “gente comune”, “persone comuni”, “semplici cittadini”; espressioni che aiutano chi ha un’idea piramidale della società a rendere normale il concetto di casta.
Le parole sono importanti, dobbiamo riappropriarcene. Tutti noi, prima di essere qualunque cosa, siamo cittadini: “uguali davanti alla legge” come prevede l’articolo 3, non a caso uno dei più trascurati dal Premier.
Oltre a lanciare un sacrosanto messaggio di protesta, la piazza di “Se non ora quando?” dello scorso 13 febbraio ci ha insegnato a lanciare un messaggio di festosa proposta: la proposta di un’Italia migliore, più giusta, con lo stesso spirito che animò i partigiani durante la Resistenza; la proposta di un’Italia in cui Ignazio Marino e Fabio Mussi ascoltano per ore dei “semplici cittadini” e in cui Francesca Puglisi (responsabile nazionale Scuola del PD) ha il piacere di confrontarsi con un ragazzo di vent’anni che ricopre il ruolo di responsabile Scuola dei Giovani Democratici a Monterotondo.
È stata più che mai la piazza di un’altra ventenne, Sofia Sabatino, il cui discorso ci ha fatto venire i brividi per quanto è stato emozionante, giovane, sincero.
È stata la piazza del magistrato Ingroia e del professor Vecchioni, dei bambini con le orecchie d’asino e dei sogni di decine di migliaia di ragazzi che non si arrendono all’idea di dover stare per forza peggio dei propri genitori, nell’epoca di internet, della globalizzazione e delle frontiere della conoscenza aperte a tutti.
È stata la piazza dell’Italia che vogliamo costruire insieme, la piazza di chi da anni resiste, di chi si rifiuta di sostituire il senso civico con il senso cinico, di chi – seguendo il consiglio di Gaber – non ha paura di “Berlusconi in sé ma di Berlusconi in me”.
È stata la piazza che ha dimostrato una volta per tutte che abbiamo imparato dagli errori del passato, che non vogliamo più perderci di vista e che, anche se le urne sono lontane a causa del “mercato delle vacche”, quest’oceano di speranza sarà decisivo e farà la differenza quando finalmente la parola tornerà ai cittadini.

Roberto Bertoni
P.S. Quest’articolo è dedicato al dramma del popolo giapponese, sconvolto dalla furia del terremoto ma ricco di dignità e desideroso di ricostruire ciò che il sisma ha cancellato.
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