Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Le parole e i silenzi. Lettera aperta al ministro Gelmini
Gentile ministro Mariastella Gelmini,se ha mai avuto l’occasione di leggere questa rubrica, saprà già che le nostre idee divergono praticamente su tutto. Come saprà, del resto, che non ho mai avuto una buona considerazione della sua riforma, poiché la considero il colpo di grazia inferto ad una pubblica istruzione già malconcia prima del suo arrivo.
Tuttavia, è di altro che le vorrei parlare quest’oggi, senza acrimonia, senza pregiudizi. Vorrei riflettere insieme a lei sulle parole del Presidente del Consiglio: parole secondo me molto gravi, alle quali lei, invece, non ha dato molto peso.
Vorrei riflettere, in particolare, su un verbo utilizzato da Berlusconi: “inculcare” che, ammetterà, riferito alla scuola pubblica e agli insegnanti che vi lavorano non è proprio il massimo.
Al di là della disputa se lei si debba dimettere o meno, di sicuro conoscerà questa riflessione di Martin Luther King: “Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma i silenzi dei nostri amici”. Con questo, non intendo dire che Berlusconi sia un nemico della scuola pubblica, ci mancherebbe altro, ma so per certo che lei dovrebbe essere la prima a tutelare e difendere i suoi insegnanti che, nell’ottica aziendalista del suo governo, sono anche i suoi “dipendenti”.
Le scrivo questa lettera perché sono figlio di un’insegnante, provengo da una famiglia di insegnanti e ho sempre avuto il massimo rispetto per le cariche istituzionali, anche quando le idee di chi le rappresenta sono agli antipodi delle mie.
Le scrivo per raccontarle una storia privata, vicende di vita vissuta, fatti personali che sono l’opposto delle notizie ma talvolta aiutano a fare chiarezza e a rendere il clima socio-politico di un’epoca.
Ho frequentato il liceo classico, un piccolo liceo di provincia, uno di quelli cui lei e il ministro Tremonti stanno infliggendo, ormai da anni, tagli a più non posso. Ricordo ancora la paura del primo giorno in cui vi entrai e gli sguardi affettuosi, direi quasi amorevoli, dei miei insegnanti. Ricordo quei cinque anni come i più belli della mia giovane vita: anni di sogni e d’insegnamenti, di manifestazioni e di speranze, di assemblee, di battute, di sorrisi; anni in cui, con l’ingenuità che è propria di noi ragazzi, ci illudevamo di star costruendo il nostro futuro e di poter lasciare ai nostri figli, quando li avremo, un Paese migliore.
Ricordo ancora i nostri sguardi, le nostre emozioni, la nostra gioia durante l’ultimo campo scuola a Barcellona: noi che osserviamo le stelle sul ponte della nave, una scena quasi da “Titanic”, noi che chiacchieriamo seduti al tavolino del bar mentre il vento gelido del mare aperto ci si conficca nelle ossa, noi che attraversiamo le vie della città o ci fermiamo in spiaggia a scherzare, a pensare, a riflettere su un futuro che all’improvviso ci appare così vicino, così pieno di insidie al punto da desiderare per un attimo di fermare il tempo.
Ricordo ancora i nostri gruppi di studio, quando ci riunivamo a casa mia e ci dividevamo i compiti: io davo ripetizioni di storia, un mio carissimo amico cercava disperatamente di allontanare da noi il velo di ignoranza in latino e greco, in filosofia ognuno faceva per sé, anche se io le confesso di avere sempre avuto in urto Hegel; per la matematica e la fisica ci appellavamo alla clemenza della nostra meravigliosa professoressa, dato che il “dramma” riguardava praticamente tutti, eccetto poche “anime elette” che, quando potevano, correvano a darci una mano.
Avendole parlato di matematica e fisica, materie verso le quali lei sembra dimostrare una particolare attenzione, non posso non parlarle della mia professoressa, che per me è stata una seconda madre.
Ricordo la prima volta che venne in classe, con la sua passione per ciò che faceva, col suo carisma, con la sua deliziosa umanità che considero il suo più grande insegnamento (anche perché, signor ministro, di matematica e fisica, nonostante gli sforzi e l’impegno, ne so pochino!), con la sua esortazione a credere sempre in se stessi, a non arrendersi, a venire in classe sereni perché “la serenità di un alunno – diceva – per me conta molto più del voto che gli metto all’interrogazione”.
E come potrei dimenticare i suoi sportelli didattici, quelli che lei, ministro, ha di fatto abolito con i suoi tagli indiscriminati? Con i miei compagni, ci andavamo in blocco e veniva anche chi aveva un 9 prossimo al 10: non per esibizionismo ma per affetto. Così, lei ci divideva in gruppi: i casi disperati se li prendeva lei, quelli duri di comprendonio come me li lasciava alle ottime spiegazioni di queste compagne verso le quali non c’era per nulla invidia ma, al contrario, stima e ammirazione.
Trascorrevamo insieme ore bellissime: ore di esercizi e di condivisione di un luogo, la nostra scuola, che per noi era davvero una grande famiglia. Noi eravamo sempre i suoi “cuccioli” o i suoi “tesori” e si vedeva che per noi avrebbe dato l’anima.
Ma non c’era solo lei: tra ginnasio e liceo ho avuto insegnanti di latino e greco che mi hanno fatto assaporare la bellezza ed il valore, nonché la straordinaria attualità, di queste lingue tutt’altro che morte.
Spesso, mentre la professoressa spiegava un autore, pensavo a quelle epoche così lontane, a come vivevano quegli uomini, al clima storico e politico di un mondo totalmente diverso eppure così simile al nostro, a dimostrazione che non aveva tutti i torti il poeta Quasimodo nel sostenere che “sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”.
Ho in mente le mitiche sfuriate della professoressa di inglese: un personaggio che sembrava uscito dalla penna di Camilleri (non perché fosse siciliana, ma per la sua singolarità), una figura scarna, all’apparenza fredda e invece dolcissima, profondamente umana, anche se a modo suo, affettuosa nonostante i modi burberi, giusta nel mettere i voti, ligia al dovere, razionale ma capace anche di battute irresistibili e dotata di un’irriverenza da far invidia ad una Littizzetto in giornata di grazia.
Ecco, questa, ministro Gelmini, è stata la mia esperienza scolastica: e tante altre potrei raccontargliene; cosa che farei volentieri se lei fosse disposta ad ascoltare le voci degli studenti, se non quando scendono in piazza a manifestare contro la sua riforma almeno quando le espongono garbatamente le proprie idee.
Vede, ministro, il giorno in cui la prima parte della sua riforma passò al Senato (29 ottobre 2008), molti di noi, insieme ai nostri insegnanti, scesero in sala computer ad assistere alle dichiarazioni di voto: in noi non c’era né rabbia né rancore; c’era sconforto perché lei aveva chiuso le porte al dialogo e da allora non le ha mai riaperte.
Noi non siamo affatto contrari ad una scuola in cui sia valorizzato il merito né ad un’università in cui i protagonisti siano gli studenti e non i baroni: il problema è che la sua riforma va nella direzione opposta a quella che, forse, lei stessa avrebbe in mente e noi da anni, sia pur in maniera vivace e colorita, cerchiamo di farglielo capire.
Poiché ci tengo a farle sapere che ho proprio tutti i “difetti”, le racconto anche questa vicenda.
Faccio politica attiva, sono responsabile Scuola dei Giovani Democratici del mio circolo, e una notte, in macchina, il mio attuale segretario mi disse che voleva inserirmi in segreteria e che aveva pensato per me al ruolo di responsabile Comunicazione: mi occupo di giornalismo, ho scritto vari libri, so comunicare: insomma, gli sembravo la persona più adatta. Lo ringraziai, ma visto che mi consentiva di scegliere, gli chiesi espressamente di assegnarmi il ruolo di responsabile Scuola “per restituire alla scuola un po’ di tutte le cose meravigliose che mi ha regalato”.
Da allora, sono ormai quasi due anni, incontro insegnanti e studenti della mia città, ascolto i loro problemi, le loro richieste ma spesso anche la loro disperazione, il loro senso di solitudine, l’insopportabile assenza dell’istituzione, la sua, che più di tutte dovrebbe tutelarli.
In quei momenti, mi sento impotente ma al tempo stesso mi accorgo che sono proprio i loro sguardi, la loro tristezza, il loro senso di abbandono a conferire un valore alla mia attività politica, che è proprio per aiutare loro che ho scelto un ruolo così gravoso. Molte volte, l’unica cosa che posso fare è donare loro i sorrisi che mi donava la mia professoressa di matematica (qualcuno l’ho restituito anche a lei) e comprendo che a queste persone straordinarie basta una parola gentile, un gesto piccolo ma sincero come un abbraccio o una stretta di mano per essere felici, per ritrovare le motivazioni adeguate a svolgere il proprio compito.
Gentile ministro, in conclusione, mi preme farle presente che anche lei, se non avesse avuto ottimi insegnanti che l’hanno preparata e guidata nel suo cammino, oggi non sarebbe seduta a Viale Trastevere e, magari, starebbe a fare la mondina in una risaia come tante ragazze delle sue parti che oltre un secolo fa, quando ancora non esisteva l’obbligo scolastico e la scuola non era ancora pubblica, laica e gratuita, avrebbero voluto studiare ma non poterono perché nate in famiglie troppo povere.
Certo che non leggerà questa mia lettera e che, se anche la leggesse, non mi risponderà mai, le porgo comunque
Distinti saluti
Roberto Bertoni
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