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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
È questo il tempo
È questo il tempo

“Il futuro della politica, caro mio, è fuori dai partiti, lontano. Se non diamo spazio alla società civile, siamo rovinati” mi disse una sera d’estate un esperto dirigente locale del Partito Democratico. Stavamo discutendo del futuro del partito e lo scenario politico era totalmente diverso rispetto ad oggi: Fini non era ancora stato espulso dal PDL, Ruby non era ancora balzata agli onori delle cronache e persino la casa di Montecarlo non aveva ancora invaso giornali e riviste. L’unico grande dissidio che c’era stato tra Berlusconi e Fini era stato quello del 22 aprile alla Direzione Nazionale del PDL, quando Fini si rivolse a Berlusconi con la memorabile frase: “Che fai mi cacci?”.
Qualche giorno dopo, mi capitò casualmente tra le mani “Il coraggio che manca”, il bel saggio di Debora Serracchiani dedicato “a un cittadino deluso dalla politica”: l’avevo letto tutto d’un fiato nell’estate del 2009, quando lo scenario politico era ancora più diverso e molti pensavano che Berlusconi e la sua maggioranza avrebbero portato a termine la legislatura. Ne ho riletto volentieri qualche pagina, giusto per trarre degli spunti, per vedere se un anno dopo, quel libro che mi aveva tanto colpito, mi facesse lo stesso effetto della prima volta che mi imbattei nella “verve” frizzantina di questa giovane europarlamentare.
A colpirmi, fu soprattutto la frase posta sul retro della copertina: “In Italia la politica vera esiste ancora, con la P maiuscola, fatta di tante persone che vogliono cambiare le cose, partecipare, costruire insieme il futuro. Il coraggio c’è, basta sapere dove cercarlo”. Così, senza pensarci troppo su, dissi tra me e me: “E se il prossimo Premier fosse una donna?”.
Per qualche mese, ho accantonato l’idea, travolto dai legittimi dubbi e dagli interrogativi che tutti i lettori di questa rubrica si saranno posti: è pronto il Paese per un passo del genere? E se fosse una decisione avventata? Non è che con una guida femminile rischiamo di perdere voti? E poi chi sarebbe la nostra Hillary Clinton, la nostra Ségolène Royal, la nostra Angela Merkel? Preoccupazioni giuste, realistiche: c’è poco da criticare. Un partito o una coalizione non possono presentarsi alle elezioni tanto per partecipare, specie se si tratta di un partito con un elettorato potenziale di oltre il quaranta per cento e di una coalizione, quella di centrosinistra, che in qualunque paese europeo – viste le condizioni della maggioranza – sarebbe già al governo da mesi.
Se uniamo i due momenti, l’affermazione provocatoria ma corretta di quel dirigente e la mia uscita involontaria, dovuta ad un attimo d’entusiasmo nei confronti di una persona che stimo, ci accorgiamo che ciò che sta accadendo in questi giorni non è affatto improvviso. Al contrario, è il compimento di un percorso iniziato parecchi mesi fa, prima del litigio in diretta tra il fondatore e il co-fondatore del PDL, prima delle Regionali; diciamo che esso risale allo scoppio dei casi Noemi e D’Addario (primavera-estate 2009), guarda caso in contemporanea con il trionfo elettorale della Serracchiani alle Europee e con la pubblicazione del suo saggio.
Non ho citato a lungo Debora perché la ritengo la mia candidata ideale: il toto-leader è una pratica che proprio non mi appartiene e consiglio a chiunque abbia a cuore il futuro dell’Italia di tenersi a distanza di sicurezza da questa tentazione. L’ho citata perché non credo al caso o al destino, ma alla costruzione dei processi politici, sociali e civili giorno dopo giorno, mattone dopo mattone. Il fatto che una ragazza quasi sconosciuta, dall’apparenza così normale e priva di “padrini” politici o di antenati illustri, sia risultata la più votata del Nordest, in un collegio che vedeva candidati anche Berlusconi e Bossi e in regioni che da tre lustri sono un feudo berlu-leghista, vorrà pur dire qualcosa. Secondo me, significa che nel Paese spira da tempo un vento di cambiamento, collegato ad una volontà collettiva di voltare pagina e di chiudere una stagione, quella del berlusconismo, che si presentò nel 1994 come l’era del “nuovo miracolo italiano” e si sta concludendo ingloriosamente tra Bunga Bunga, rivelazioni sgradevoli di WikiLeaks sulla figura del Cavaliere ed un Paese immobile, ingessato, con una crescita e uno sviluppo economico inadeguati agli standard di una Nazione cardine del G8.
Domenica 13 febbraio, il coraggio di cui parlava la Serracchiani l’ho trovato in piazza del Popolo e in tutte le piazze italiane e straniere che si sono riempite di donne, ma anche di uomini, che hanno rivendicato ad alta voce la propria dignità. “Se non ora quando?” è stato lo slogan della manifestazione: piazze civili, pacifiche, senza bandiere di partito; piazze ricche di ideali, di quei valori della società civile dai quali i partiti non hanno mai potuto – e oggi non devono – prescindere.
La Conferenza Nazionale delle Donne Democratiche che si è tenuta a Roma il 18 e il 19 febbraio rappresenta un segnale importante perché adesso nessuno potrà più dire che le piazze non servono o che i partiti non le ascoltano. Le piazze del 13 febbraio sono state ascoltate eccome, non solo a sinistra, se si considera che uno degli interventi più significativi ed apprezzati è stato quello della finiana Giulia Bongiorno.
Per la prima volta, la società civile è stata in grado di trascinare i partiti al proprio interno, di coinvolgerli, di restituire lo smalto e l’entusiasmo che sembravano aver smarrito. E il fatto che questo straordinario merito sia delle donne è un segnale che non può essere ignorato; è un messaggio chiaro: le donne sono pronte e l’Italia è pronta a compiere un passo decisivo nella propria storia.
Anche le parole del capogruppo del PD al Senato, Anna Finocchiaro, vanno in questa direzione: “Mi hanno chiesto di fare un passo indietro e io l’ho fatto. Adesso basta, è ora di dare spazio anche alle donne e di smetterla di chiedere sempre a noi un atto di responsabilità”. E ancora: “La narrazione pubblica del ruolo delle donne nella storia è stato di forza di completamento. Ma quello che abbiamo visto domenica ha dimostrato che le donne sono forza d’avanzamento, non di completamento”.
Non avendo mai nascosto le mie idee politiche, posso affermare senza remore che non ho mai apprezzato Bersani come nel momento in cui ha annunciato l’impegno politico del PD a costituire un governo composto per la metà da donne e a trasformare questa proposta in legge.
In merito alla leadership, ribadisco che il toto-nomi non mi appartiene. Sarebbe bello scegliere la candidata con le Primarie, con il duplice scopo di conferire maggiore autorevolezza alla nostra coalizione e di rafforzare ulteriormente il movimento che domenica 13 febbraio ha regalato anche a noi uomini, scesi in piazza al fianco di mogli, fidanzate, mamme, amiche, emozioni che non provavamo da tempo.
“Avanti ora, tutti: è questo il tempo” ha scritto Concita De Gregorio su “l’Unità” di sabato 19 febbraio.
Un’occasione come questa difficilmente ci si ripresenterà. Un Premier donna, un passo avanti che chiuderebbe il cerchio aperto dall’elezione della Marcegaglia alla guida di Confindustria e della Camusso alla segreteria della CGIL, nell’anno in cui, con buona pace dei leghisti, si celebra il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Se non ora, quando?
Roberto Bertoni

 

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