Il racconto dei giorni di Tienanmen, per la prima volta non dal punto di vista degli studenti ma di quello dei lavoratori. La storia di uno dei protagonisti che ancora oggi si ribella allo sfruttamento della nuova dittatura di mercato cinese.
I diritti d’autore saranno devoluti al China Labour Bulletin, l’organizzazione promossa da Han Dongfang per i diritti del lavoro in Cina.
Dongfang inciampa per sbaglio nelle proteste degli studenti a Tienanmen. Per un gioco del destino, l’autobus su cui viaggia con la fidanzata si ferma lungo la gigantesca piazza invasa dagli studenti, accorsi a onorare il vecchio leader comunista Hu Yaobang, morto all’improvviso. Dongfang viene attratto dalle loro richieste di democrazia e diventa uno dei protagonisti di Tienanmen, organizzando la Federazione Autonoma dei lavoratori di Pechino, il primo e unico sindacato indipendente, e viene soprannominato il Lech Valesa cinese.
Questo libro racconta per la prima volta i giorni di Tienanmen, non solo dal punto di vista degli studenti ma di quello dei lavoratori: la loro organizzazione e le tensioni con gli studenti che rifiutavano inquinamenti esterni; il timore del Partito e del governo per il potenziale rischio di saldatura tra le rivendicazioni di entrambi alla vigilia della visita di Gorbaciov, la prima di un leader sovietico dopo vent’anni. Segue la violenta e sanguinosa repressione del 4 giugno, la fuga di Dongfang da Pechino, il vagare tra le campagne e la decisione di consegnarsi alla polizia. Condannato senza processo per essersi rifiutato di denunciare i suoi compagni, vive l’orrore del carcere e delle torture, il contagio pianificato dai suoi carcerieri con i malati di TBC che lo riduce in fin di vita, ma che non piega la sua caparbia opposizione fino alla liberazione, grazie alle pressioni internazionali. Tornato a Hong Kong, ancora oggi, altrettanto caparbiamente, organizza attraverso una trasmissione radiofonica e una associazione di esperti, i lavoratori che si ribellano allo sfruttamento della nuova rampante dittatura di mercato cinese.
Un racconto avvincente come un’epopea, in cui Cecilia Brighi narra non solo la vita di un dissidente ma la doppia parabola di una Cina passata dalla speranza per la rivoluzione comunista al suo fallimento precoce, e dalla disillusione a una speranza più forte che si concretizza con i giorni di Tienanmen, la speranza operosa del cambiamento. E forse la storia, piano piano, darà ragione a questi singoli, tenaci dissidenti che sognano una Cina democratica e lottano per realizzarla. Come Dongfang.
Cecilia Brighi, da oltre trent’anni impegnata nell’attività sindacale, attualmente lavora al Dipartimento Politiche Internazionali della CISL, nel quale sostiene attivamente il movimento democratico e sindacale birmano, l’affermazione della democrazia, dei diritti umani e del lavoro, in particolare in Asia. È stata nel Consiglio di Amministrazione dell’ILO. Ha scritto numerosi articoli su riviste internazionali e italiane. Per BCDe nel 2006 ha pubblicato: Il Pavone e i generali. Birmania Storie da un Paese in gabbia; con Ilaria M. Sala e Irene Panozzo ha scritto inoltre Safari Cinese, petrolio, risorse e mercati, la Cina conquista l’Africa.
Han Dongfang, sindacalista dissidente cinese, ha lavorato come elettricista delle ferrovie di Pechino ed è stato tra i leader di Tienanmen. La sua storia è raccontata in questo libro.
L’IMPERATORE E L’ELETTRICISTA
Il sogno di Dongfang, Tienanmen e i giorni del coraggio
Ed. Baldini Castoldi Dalai.
PREFAZIONE
di Renata Pisu
La storia per molti versi esemplare di Han Dongfang è qui finalmente
raccontata in tutti i particolari. Ero a Tienanmen nel maggio
del 1989 e ho visto la sua tenda rossa con la scritta «Federazione
autonoma degli operai di Pechino». C’era una gran ressa di
folla lì davanti, non sono riuscita ad accostarmi ma ho parlato con
alcune delle persone che facevano la coda per capire cosa mai fosse
questa nuova organizzazione dei lavoratori. Quelli che in Cina
allora, e ancora adesso, si chiamavano sindacati erano diretta e dichiarata
emanazione del partito e, siccome il partito era l’unico
proprietario delle fabbriche e di qualsivoglia impresa, erano dei
sindacati padronali. Si curavano dei lavoratori nel senso che distribuivano
ai più meritevoli biglietti per il cinema o il teatro e, ai lavoratori
modello, coccarde con fiori rossi di carta; inoltre organizzavano
manifestazioni di consenso, spettacolini, qualche settimana
in un sanatorio in collina per i raccomandati.
Ma ecco che nella grande piazza, dove si inneggiava alla democrazia
e dove tutto sembrava finalmente possibile, mille voci si
alzavano a chiedere delle riforme non soltanto economiche, come
quelle che già erano state avviate, ma politiche, soprattutto politiche.
E si era levata anche quella dell’elettricista Han Dongfang per
reclamare i diritti democratici dei lavoratori anche se, lo ha confessato
poi sinceramente, non sapeva bene in quei giorni cosa significasse
democrazia: il termine in cinese è reso con due caratteri
che vogliono dire «popolo» e «padrone», esatta traduzione della
parola greca ma, nella pratica del regime, aveva assunto altri sibillini
significati.
Non era forse considerata «padrona» la gloriosa classe operaia,
quella che in Cina doveva «dirigere tutto», secondo uno slogan de-
gli anni Settanta? E allora, che bisogno c’era di invocare la democrazia?
Ma a Tienanmen, nel 1989, quello slogan suonava come
una barzelletta. Le riforme economiche avevano già colpito duramente
la classe operaia che, anche se non era mai vissuta in paradiso,
aveva i suoi privilegi: il diritto al posto a vita (la «ciotola di
ferro»), all’assistenza sanitaria, alla pensione, all’alloggio, alla scuola
per i figli. Rispetto alla sterminata massa dei contadini, i veri
dannati della terra, era considerata una élite privilegiata e tale forse
era fino al 1987, quando si era avuta la punta massima di licenziamenti
nell’industria pesante di Stato: così, quelli che erano stati
esaltati come gli «uomini di ferro» si erano dovuti accontentare di
un misero indennizzo e si arrangiavano facendo i lustrascarpe, i
venditori ambulanti di paccottiglie varie. Erano le prime vittime
delle riforme giudicate indispensabili dal nuovo corso dell’economia
cinese che intendeva fare piazza pulita dei dinosauri industriali
concepiti secondo schemi obsoleti.
Ormai quella classe operaia non esisteva più. E aveva avuto vita
davvero breve, neanche trent’anni, dato che si era formata e salita
alla ribalta per affrontare una modernizzazione che, in un Paese
nelle condizioni della Cina, si era avviata soltanto dopo il 1949.
Ma come sapere, allora, quando il mondo era diviso in due blocchi,
quando il faro luminoso era l’Unione sovietica, quando nemmeno
si immaginava che in futuro vi sarebbe stata la globalizzazione,
che quella strada era sbagliata? Gli operai cinesi non si sentivano
obsoleti, le loro fabbriche però lo erano.
Il grande sconvolgimento aveva avuto inizio, la Cina si stava
avviando a diventare la fabbrica del mondo. Ma di quali operai
aveva bisogno? Certo, non ci dovevano più essere privilegiati con
il posto fisso a vita, la ciotola di ferro, soltanto precari proni alle
esigenze del vecchio padrone e dei nuovi che cominciavano a far
capolino. Se ne poteva rendere conto Han Dongfang? E tutti gli altri,
studenti e operai, che affollavano nel maggio e giugno del 1989
la piazza Tienanmen? Certo che no, lo stravolgimento a venire era
inimmaginabile.
La folla che si assiepava davanti alla tenda rossa con la scritta
«Federazione autonoma degli operai di Pechino» cercava qualche
indicazione, qualche risposta agli enormi interrogativi che rendevano
incerto il futuro di tutti. Han Dongfang non aveva nessuna risposta
pronta, le elaborava in quei momenti, seguendo la sua ragione
e il suo istinto. Suo padre era un contadino e la madre, pur
di fuggire alla miseria, si era rifugiata a Pechino ed era diventata
operaia edile (una di quelle centinaia di migliaia di lavoratori che
non appartenevano alla élite operaia ma che formavano una sottoclasse
di sfruttati). Per questo il ragazzo era, per nascita, «vicino al
popolo», come si diceva una volta, all’epoca di Mao.
E la cosa che ha dello straordinario è che, vicino al popolo è rimasto
davvero. Eppure avrebbe potuto rinnegare le sue origini, diventare
un imprenditore di successo, come hanno fatto tanti di coloro
che erano con lui a Tienanmen; dopo il massacro, avrebbe
avuto la possibilità di chiedere asilo negli Stati Uniti e rimanere
esule per sempre, come tanti altri esponenti del Movimento per la
Democrazia hanno poi fatto; oppure avrebbe potuto toccargli la
tragica sorte di tantissimi altri di quei giovani, uccisi, imprigionati
fino allo sfinimento e alla perdita della coscienza e dell’identità.
La sua ruota ha invece girato diversamente, l’operaio elettricista
che nei giorni di Tienanmen aveva avuto l’eccentrica idea che
bisognasse organizzare in qualche modo gli operai ritenuti dagli
studenti estranei al movimento della loro protesta, è diventato, oggi
come oggi, il vero paladino dei diritti di milioni di lavoratori.
Svolge la sua opera a Hong Kong che dal 1997 fa parte della
Cina ma è ancora divisa dal resto del Paese da una frontiera che,
per Han Dongfang, è invalicabile. In patria non lo vogliono, La Federazione
cinese dei sindacati che è, come un tempo, uno strumento
del partito padrone, lo considera un «sabotatore della solidarietà
internazionale dei lavoratori» e , ancora, «un criminale che
per il suo interesse finge di occuparsi di sindacato».
A Hong Kong, Han Dongfang conduce un programma a Radio
Free Asia, ascoltato da centinaia di migliaia di persone al di là
del confine e pubblica un bollettino (da anni ormai su Internet) in
cui racconta cosa succede in Cina nelle fabbriche e nelle miniere.
I suoi ascoltatori gli forniscono ogni giorno notizie di prima mano,
spesso purtroppo notizie tragiche di diritti calpestati, di morti sul
lavoro, di bambini costretti in schiavitù da imprenditori avidi di
veloci guadagni. Gli telefonano da tutta la Cina, specie dalle province
meridionali dove c’è la maggior concentrazione di fabbriche
di proprietà cinese o straniera, ma anche dal Tibet e dal Xinjiang.
Da qualche tempo è possibile passare le telefonate in diretta tramite
un numero verde e così capita spesso che Han Dongfang riesca
a coprire scioperi e manifestazioni di protesta in tempo reale
perché i lavoratori coinvolti lo chiamano dai telefoni pubblici per
strada, sono i suoi corrispondenti sul posto.
Il contatto quotidiano con i lavoratori della fabbrica del mondo
ha fatto di Han Dongfang un consigliere prezioso, attento alle
questioni concrete e poco incline a battaglie di principio. Il suo
compito principale è incoraggiare le vittime dei soprusi a seguire le
vie legali perché in Cina sono state varate delle leggi a difesa del lavoro
ma, quasi sempre, vengono disattese. Ha fatto scalpore tre
anni fa il caso di alcune decine di operai di una fabbrica tessile dello
Hupei arrestati dopo una dimostrazione e mandati in un centro
di rieducazione, uno dei famigerati Laogai, senza processo. Han
Dongfang si è rivolto a un coraggioso avvocato di Pechino il quale
si è recato all’ufficio locale di Pubblica Sicurezza facendo presente
semplicemente che si trattava di un provvedimento illegale e
gli operai sono stati subito rilasciati.
Da allora ci sono sempre più avvocati disposti a uscire allo scoperto
e ad accogliere gli appelli alla legalità lanciati da Han Dongfang
su richiesta dei suoi corrispondenti che intervengono nelle
trasmissioni radio senza pregare più che le loro voci vengano contraffatte
e i loro nomi taciuti, vogliono anzi andare in onda a pieno
titolo personale, tanta è la loro esasperazione.
Le poche decine di casi che sono stati risolti finora per via legale
a favore dei lavoratori sono probabilmente gocce nell’oceano
ma Han Dongfang, che è diventato una sorta di eroe popolare per
i lavoratori più sfruttati del Paese, sostiene che l’importante è stabilire
dei precedenti e che bisogna cambiare la mentalità della classe
operaia, se ancora è lecito usare questa espressione. In Cina, ancora
nel 2006, la «classe operaia» ha rivolto oltre 18 milioni di pe-
tizioni al Potere, implorando che i torti subiti venissero raddrizzati,
seguendo l’antica usanza del xinfang in auge all’epoca dell’Impero.
Han Dongfang, le cui traversie vengono raccontate in questo
libro, si batte perché vi siamo meno petizioni e più sindacati, indipendenti
ovviamente.
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