di Iolanda Stella Corradino
Per parlare ci rinchiudiamo in uno sgabuzzino. Lo studio del fonico che sta sistemando l’audio per loro, la band, che tra poco inizierà a suonare. Chiudiamo la porta e sorridendo ci rendiamo conto che è la chiacchierata più assurda che si sia mai fatta. In venti metri quadrati. «Vedi, praticamente a Napoli sembra mancare proprio tutto»- dice Dario Sansone- «anche uno spazio normale per una chiacchierata». Dario, Ennio, Giovanni e Giuliano sono una band, insieme da diversi anni ma che ora ha imboccato la strada per farsi conoscere anche dal grande pubblico. Dario è di una timidezza disarmante ma con le idee ben chiare. «Fare musica a Napoli è difficile. Per i giovani non si aprono molte strade, a meno che..». E qui la lista sarebbe lunga. A meno che non ci sia una bella spinta da dietro, una bustarella da consegnare a chi di dovere, non si conosca l’uomo giusto. Loro si propongono con una storia nova (storia nuova, che è anche il titolo del loro album edito da Materia Principale e Full Heads Graf). Niente di neomelodico, niente di scontato. Nel loro sound c’è Tom Waits, il Blues, l’indie rock. Nella voce di Dario si risente, ma in dialetto napoletano, quella di Eddie Vedder. E come i testi del leader dei Pearl Jam anche quelli dei Foja spaziano dal biografico ai temi sociali senza mai cadere nello stereotipo. Ed il primo, di stereotipo, da abbattere è proprio quello Napoletano. L’emergenza rifiuti. Il commissariamento di un partito. Le votazioni fasulle. Il crollo dei fasti pompeiani. Lo scandalo percolato. Le bustarelle. «Cala a capa pe’ nun vedè tutto stu schifo» (abbassa la testa per non vedere tutto questo schifo) dice “a ballata do diavolo”, loro pezzo d’apertura. Tutti i pezzi sono in dialetto napoletano perché «nella nostra lingua – spiega Dario- le nostre storie si possono raccontare meglio». E così dai diavoli danzanti si arriva a parlare alla luna raccontarle di tutta «a gente ‘mbrugliata (imbrogliata) e quanta ‘mbruoglie chesta gente se fa/ e nun ll’abbasta maje niente (e non le basta mai niente)». E tra un pezzo e l’altro si arriva persino a parlare dei talent show. «Questi ragazzi immediatamente lanciati a mille in un mondo pazzesco e poi, appena il mercato non ha più bisogno di loro ce li si dimentica» dice Dario. Ma loro? Non sanno se rimarranno «nella storia ma intanto» dicono la loro «con le canzoni, in maniera pulita, come in un gioco, perché si fa musica per cacciare fuori tutto “chello ca nun và”». Ma non c’è solo il marcio di Napoli. Nelle parole e nei suoni dei giovanissimi “infojati” c ‘è la speranza. Il sorriso. C’è il racconto, tutto napoletano, di chi gioca al lotto con le cadute della gente. C’è la storia d’amore del fiore e del vento, metafora dell’amor perduto, per dirla con De Andrè. E c’è anche il divertissement che per Dario, Ennio, Giovanni e Giuliano, consiste nello scacciare in maniera apotropaica gli invidiosi, “l’uocchie sicche”, come si dice a Napoli. «E’ la vita» come dice Dario e quindi c’è il bello ed il brutto ma con la consapevolezza, finalmente, che “na storia nova” è possibile.
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