Lo Bello: «Allontanate 35 aziende incompatibili con il sistema che vogliamo promuovere»
di Norma Ferrara
Fare di più e farlo il prima possibile. Cosi Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, sollecita l’impegno della politica nei confronti della situazione economica che sta attraversando il paese e in particolare la Sicilia Con lui Libera Informazione ha parlato di crisi economica, mafie e codice etico degli imprenditori.
La presidente di Confindustria, Emma Mercegaglia, ha affermato che “il Paese è fermo da sei mesi”. Anche secondo lei?
C’è una difficoltà abbastanza evidente. Se da un lato c’è stato un importante lavoro che ha consentito la tenuta dei conti pubblici, dall’altro è mancata un’azione che miri alla crescita economica. Serve fare di più per le imprese, con politiche di crescita.
Secondo i dati della Banca d’Italia la Sicilia, in particolare, si trova in fase di “stagnazione”?
Sono d’accordo con questa definizione. E aggiungo che la regione si trovava in questa situazione anche prima della crisi economica. Purtroppo molti fattori impediscono lo sviluppo dell’imprenditoria. In particolare, la burocrazia e la “cultura dell’intermediazione“: le imprese non rispondono alle leggi del mercato ma a quelle della politica. Anche il tasso di disoccupazione è salito al 14%. La regione è prigioniera di queste logiche clientelari.
Quale la ricetta per interrompere questa fase?
Non chiediamo stanziamento di fondi ma politiche vadano nella direzione di una semplificazione della burocrazia amministrativa. Fare impresa oggi in Sicilia è ancora troppo difficile, vale per le nostre aziende e anche per chi vuole investire dall’esterno.
Che risposte dà l’attuale gestione della Regione in merito?
C’è un continuo rimpallo di competenze, come se la burocrazia non fosse sotto il controllo della politica, ma rappresentasse una struttura terza e indipendente. Invece non è così. Una parte della classe politica è ancora dentro quell’ottica dell’intermediaizone e fatica a liberarsene. Inoltre bisognerebbe utilizzare diversamente i fondi europei e i Fas: per infrastrutture e ambiente.
La Fondazione Res ha presentato un rapporto su economia e mafie puntando il dito contro la “zona grigia”. Quanto conta ancora?
Tanto. Si tratta di una fotografia che non riguarda solo la Sicilia ma tutto il mezzogiorno. Il problema non è soltanto la mafia militare, lo diciamo da tempo, ma la sua presenza costante e pervasiva dentro l’economia.
Confindustria Sicilia è protagonista di una svolta etica: “fuori chi paga il pizzo”. Un bilancio a tre anni dall’approvazione del codice etico?
Molto positivo. Si sta lentamente cambiando mentalità e cultura d’impresa. Il codice etico approvato ha allontanato 35 aziende che in modo diretto o indiretto risultavano incompatibili con il sistema trasparente e legale dell’economia che vogliamo promuovere. In molti, inoltre, hanno scelto di denunciare il racket. Questo ci sembra il risultato migliore per il futuro.
Etica è la parola chiave per lo sviluppo. E per la politica?
Importante evitare generalizzazioni. C’è una parte della politica che è stata in prima linea in Sicilia su questo versante. Va detto che continua ad esistere una parte, consistente, di politici che invece si è limitata ad adesioni formali, plaudendo la nostra svolta etica ma non proseguendo nei fatti questo impegno.
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