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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
2010, un anno da buttare via
2010, un anno da buttare via

Partiamo dalle immagini più brutte (anche se è difficile stilare classifiche in un anno così drammatico) di questo 2010 che volge al termine: gli scontri a Roma dello scorso 14 dicembre, mentre alla Camera si verificavano altri scontri, verbali e fisici, ancora più umilianti per l’immagine dell’Italia.
Non mi era mai capitato, al momento di tracciare il bilancio dell’anno, di non riuscire a trovare neanche una buona notizia, di non riuscire a intravedere nemmeno uno spiraglio di luce, un qualcosa da salvare in dodici mesi.
Fuor di retorica, nella mia giovane vita, non avevo mai vissuto un anno così triste, così ricco di dolore, di sconforto, di disperazione collettiva.
Gli studenti e gli insegnanti, i precari e i ricercatori, gli immigrati che salgono sulle gru e i terremotati dell’Aquila, gli abitanti di Terzigno costretti a convivere con il tanfo quotidiano, e sempre più insopportabile, dei rifiuti e i metalmeccanici della FIOM: sono questi i volti del 2010 italiano, sono questi i “personaggi dell’anno”, insieme ai cassintegrati che all’Asinara hanno dato vita all’ “isola dei cassintegrati” e ai pensionati che frugano nell’immondizia perché con la loro modesta pensione non riescono più a mantenere i figli disoccupati.
Conoscendo le abitudini dei “berluscones” e sapendo quanto questi signori siano abili nello sfruttare ogni episodio a proprio vantaggio, premetto che la manifestazione di martedì 14 è stata un fallimento; o meglio: è stata bellissima nella prima parte e pessima nella seconda, quando sono cominciati gli scontri, quando la difesa della cultura ha ceduto il passo alla violenza, quando i cartelli colorati con su scritti i titoli di alcuni capolavori della letteratura mondiale sono stati usati come scudi per proteggersi dal lancio di sassi, sedie e qualunque oggetto capitasse a tiro dei facinorosi.
Come ha scritto Roberto Saviano su “la Repubblica” di giovedì 16: “Chi ha lanciato un sasso alla manifestazione di Roma lo ha lanciato contro i movimenti di donne e uomini che erano in piazza, chi ha assaltato un bancomat lo ha fatto contro coloro che stavano manifestando per dimostrare che vogliono un nuovo Paese, una nuova classe politica, nuove idee. Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi. I caschi, le mazze, i veicoli bruciati, le sciarpe a coprire i visi: tutto questo non appartiene a chi sta cercando in ogni modo di mostrare un’altra Italia”.
Sono parole alte, significative ma soprattutto utili in una fase storica nella quale troppi si divertono a gettare benzina sul fuoco, a soffiare sulle fiamme di un clima sociale insopportabile, a godere di questo stato di tensione permanente che sta soffocando il Paese, facendogli perdere posizioni in tutte le classifiche internazionali e bloccando la crescita e lo sviluppo economico indispensabili per risollevarsi dalla crisi.
Tuttavia, visto che è di violenza che ci stiamo occupando, non si può tacere su altre forme di violenza: violenza verbale, per carità, ma talvolta le parole sono più grevi dei sampietrini, più pericolose e distruttive dei bastoni e delle mazze scagliati dai teppisti contro le vetrine dei negozi del centro.
Quel giorno è stata Roma l’epicentro della violenza cieca e indifendibile, presto potrebbero essere altre città se il governo si ostinerà ad ignorare qualunque piazza, qualunque appello, qualunque allarme, anche se a lanciarlo è la Banca d’Italia o un autorevole quotidiano come “Il Sole 24 Ore”.
C’è violenza e violenza, dicevamo, ma per noi non è giustificabile in nessuna forma, neanche in quella soft (si fa per dire) scelta da autorevoli esponenti del centrodestra, sempre pronti a scagliarsi contro i movimenti studenteschi in nome del principio “legge e ordine” ma poi in prima linea nell’attaccare i giudici che hanno rimesso in libertà gli studenti fermati in seguito agli scontri.
Come ha affermato il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara: “C'è un garantismo a corrente alternata che colpisce molti esponenti politici che oggi si interrogano sulle scarcerazioni: sono gli stessi che poi accusano la magistratura di applicare la custodia cautelare con facilità nei processi che toccano il potere”. E bene ha fatto a denunciare l’“indebita interferenza di Alfano” dato che “c'è un provvedimento in corso e c'è la necessità di accertare le responsabilità nel processo penale. Si tratta di una prevaricazione sull'operato della magistratura”.
Ma ha detto anche un’altra cosa il presidente Palamara, la più importante: ha, cioè, rifiutato “i facili populismi: accertiamo le responsabilità di chi ha partecipato alla manifestazione e ha commesso un atto violento. Non è accettabile questa vulgata in virtù della quale si tende a contrapporre la polizia che arresta e la magistratura che scarcera”.
Spero che queste parole piene di buon senso le abbia lette anche La Russa che giovedì sera ad “Annozero” ha ricoperto di insulti uno studente che tentava di spiegare le ragioni della protesta ed i motivi per cui essa è degenerata, senza alcuna giustificazione nei confronti dei violenti.
Spero che le abbia lette Alfano che ogni volta che i giudici emettono una sentenza che non gli piace invia gli ispettori.
Spero che le abbia lette Maroni che da mesi avverte che “potrebbe scapparci il morto”, al punto da meritarsi un’arguta vignetta di Ellekappa alla vigilia della manifestazione della FIOM dello scorso 16 ottobre: “Manifestazione a rischio incidenti, afferma Maroni” dice il primo personaggio. E l’altro risponde: “Ha espresso un allarme oppure un desiderio?”.
Spero, infine, che le abbia lette il duo Alemanno-Polverini, da tempo alleati di ferro nel condannare ogni manifestazione che si svolge nella Capitale.
Pensate che qualcuno – i soliti maligni “komunisti”, ovviamente – è arrivato persino a sospettare che i due si scaldino tanto poiché le manifestazioni sono sempre contro di loro o contro il governo che loro sostengono a spada tratta.
Sarebbe ora che qualcuno erudisse questi “garantisti a targhe alterne” sul fatto che le pene da comminare non le stabiliscono loro e che i giudici non devono rispondere ai loro desiderata ma al Codice Penale.
I coraggiosi che giovedì sera hanno avuto la forza di rimanere davanti al televisore nonostante le urla ferine di La Russa hanno avuto la dimostrazione in diretta di quanto si sia degradato in questi anni il concetto stesso di democrazia, con lo scontro muscolare e la sopraffazione dell’avversario che un tempo avrebbero suscitato l’unanime riprovazione e oggi invece costituiscono il tratto caratteristico di tutti o quasi i programmi d’approfondimento.
È lo stesso tratto caratteristico del nostro Parlamento, ridotto ormai ad “Urlamento” e a “Votamento”, con la discussione assente da un’era geologica e la moderazione considerata un inutile orpello, anzi: una prerogativa dei perdenti.
Non saprei dire se martedì 14 mi abbiano umiliato più le immagini di Roma ferita e messa a ferro e fuoco o quelle di un Parlamento trasformato in mercato delle vacche, tra vessilli tricolori sventolati come se l’emiciclo fosse la curva di uno stadio e richieste di dimissioni all’indirizzo del Presidente della Camera che costituiscono un precedente da non sottovalutare.
Senza dimenticare il dito medio del sempre pacato Gasparri all’indirizzo di Fini; senza dimenticare il giubilo di un governo che sa benissimo di non avere una maggioranza politica ma è soddisfatto lo stesso poiché – per dirla con Berchet – sono “in tutte altre faccende affaccendati” e “a questa roba morti e sotterrati”.
È questa l’Italia che il 2010 si lascia alle spalle: un’Italia ultima quasi in tutto, compreso lo sport, e umiliata nella propria dignità; un’Italia più povera, come su questa rubrica ripetiamo da mesi, in cui il rischio di ulteriori violenze, ancora più marcate e con conseguenze ancora peggiori, non è affatto da prendere in burletta.
Come ha spiegato il capo della Polizia Manganelli (su “l’Unità” del 16 dicembre): la Polizia non può fronteggiare una simile emergenza sociale, non può placare tutti questi focolai di tensione, sempre più numerosi e sempre più agguerriti.
Sappiamo benissimo, a dispetto dei proclami trionfalistici di Berlusconi, che il governo continuerà a non governare come ha fatto finora e che in primavera è molto probabile che si torni alle urne.
Sappiamo benissimo che l’Italia non può permettersi una nuova campagna elettorale ma questo è il suo destino e dobbiamo farcene una ragione, pur non volendo, pur essendo, noi sì, responsabili e chiedendo da mesi un governo di transizione che risolva o quanto meno attenui la crisi generale e ci consenta di tornare a votare in un contesto di minore emergenza.
Non sta a noi suggerire a Bersani o a Di Pietro la strategia adatta, anche se personalmente sarei favorevole ad un’alleanza costituzionale che vada da Fini a Vendola, sposando in pieno l’acronimo coniato da Giuliano Ferrara: TTB (Tutti Tranne Berlusconi).
Per il momento, rimaniamo alla finestra, aspettando che qualcosa accada, che qualcuno si degni di decidere, che il Capo dello Stato indichi per l’ennesima volta la strada da seguire ad un Paese abbandonato da un governo inadatto e sordo a qualunque richiesta.
La prima risposta governativa agli scontri del 14 è stata la decisione di far approvare la riforma Gelmini prima di Natale: un evidente segnale di distensione, di apertura al dialogo e di volontà di confrontarsi con una generazione in rivolta!
Stando così le cose, l’unico auspicio che possiamo pronunciare per il 2011 è che a dicembre ci sia almeno un aspetto da salvare, anche se le premesse sembrano andare in direzione opposta.
P.S. Nonostante quest’amara riflessione sull’anno appena trascorso, avendo vent’anni ed essendo un ottimista per natura, continuo a credere e a sperare che il 2011 sia migliore.
Nel frattempo, auguro a tutti i lettori di questa rubrica e del sito di Articolo 21 Buon Natale e felice anno nuovo. Ci rivediamo dopo le Feste.
Roberto Bertoni

 

 

 

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