Qualche tempo fa, un amico mi ha detto: “La sinistra continua a perdere contro Berlusconi perché non ci accorgiamo che nella comunicazione è un genio”. Si riferiva al Bunga Bunga, pratica della quale non so nulla e della quale desidero rimanere ignorante.
Lì per lì gli ho dato ragione. Effettivamente, con una trovata da avanspettacolo, il Premier era riuscito a monopolizzare l’attenzione di tutti i mezzi d’informazione, italiani e stranieri (più stranieri che italiani, a dire il vero), facendo passare in secondo piano i disastri e il progressivo disgregamento del suo governo.
Gli era bastato un paio di tette, quelle di Ruby Rubacuori, per nascondere gli affanni e la disperazione dell’Italia.
Editoriali su editoriali dedicati, da una parte, all’amoralità del Presidente del Consiglio; dall’altra alla presunta insipienza dell’opposizione che “eleva al rango di eroine” pure le squinzie che infangano la “loro ossessione”.
Berlusconi – che immagino dietro le quinte, intento a leccarsi i baffi e a ridere di gusto per l’insensatezza del dibattito – aveva poi sparato la bufala che a inviargli le fanciulle era stata la mafia, per dispetto. Tanto era ben congegnata la battuta che è servito quel genio di Benigni per rispedirla al mittente, facendola apparire agli occhi del pubblico per quello che era: cioè, una balla colossale.
Ospite di “Vieni via con me” (la trasmissione di Fazio e Saviano andata in onda su Raitre, con percentuali di ascolto altissime), Benigni si è rivolto a Saviano e gli ha chiesto se, per caso, davanti a casa sua la camorra avesse allestito Miss Italia.
Ecco, ci voleva un comico d’alto livello per rispondere a tono alle “zingarate” di un uomo che, da sempre, non si rende conto di essere alla guida di un Paese del G8 e non a intrattenere gli ospiti sulle navi da crociera.
La grandezza di Benigni, offre lo spunto per occuparci della rivoluzione (e non è una parola grossa o una colata di retorica) che “Vieni via con me” ha apportato alla Rai e alla televisione in generale.
Il 29 novembre, nel pieno delle manifestazioni studentesche contro la riforma Gelmini, Curzio Maltese ha raccolto per “la Repubblica” un’interessante intervista a Fabio Fazio.
Ne riportiamo i passaggi più significativi.
Come prima domanda, Maltese gli ha chiesto se fosse possibile un’altra tv e dunque un’altra Italia; Fazio ha risposto: “Con la volontà rispondo sì, con la ragione no. Diciamo che un'altra tv è desiderata da milioni d'italiani. Ma la reazione dell'establishment politico-televisivo è stata tale da farmi pensare che sia troppo presto. La Rai non sopporta che la tv pubblica diventi strumento di un vero dibattito sociale, culturale. L’hanno permesso perché non se n'erano accorti, non se l'aspettavano. E nemmeno noi. Ma la prossima volta sarà impossibile”.
Poi, il garbato conduttore ligure ha rivendicato il fatto di non aver quasi mai nominato Berlusconi, ha definito “Vieni via con me” il “primo programma già nel dopo Berlusconi” e ha aggiunto, rispondendo al perché tutti gli fossero saltati addosso: “Abbiamo fatto una tv riformista e non c'è cosa che spaventi più del riformismo. La rissa a somma zero di altri talk show in fondo è del tutto innocua”. Siete proprio sicuri di non averle mai sentite queste parole? Rinfreschiamoci un po’ la memoria, torniamo alla campagna elettorale del 2008 quando il candidato del centrosinistra era Walter Veltroni. All’epoca, più di un commentatore lo attaccò, definendolo “buonista”, “troppo morbido con Berlusconi” e rivolgendogli tutte le accuse sciocche che oggi vengono rivolte a Fazio e agli autori di “Vieni via con me” dai “duri e puri” che non hanno mai formulato una proposta in vita loro ma si divertono a gettare fango su chi già è finito, per i suoi indubitabili meriti, nell’occhio del ciclone dei “berluscones” e dei leghisti altrettanto “duri e puri”.
Il risultato di questi esilaranti “assalti alla dirigenza” è che oggi il centrosinistra naviga in pessime acque e il Partito Democratico sta messo tanto meglio.
Non è nel mio costume tracciare identikit, ma questi personaggi sono gli stessi che da anni predicono la fine di Berlusconi “ma anche” quella del centrosinistra; anzi, si augurano entrambe le cose, senza accorgersi che le fasi di vuoto politico – come quella che stiamo vivendo in questo lungo crepuscolo del berlusconismo – sono le più pericolose per un Paese.
Ho detto che non mi piace tracciare identikit ma un nome sono costretto a farlo, anche perché lo ha fatto Loris Mazzetti su “il Fatto Quotidiano” di martedì 7 dicembre: “Ci sono due momenti, uno all’esterno della trasmissione e l’altro all’interno che mi hanno, per ragioni diverse, stupito: l’urlo di Beppe Grillo in teatro: “Il nano gode come un riccio”, riferendosi alla compartecipazione azionaria di B. nella società Endemol che ha contribuito alla realizzazione di “Vieni via con me”, e la solidarietà a Saviano del capo dell’Antimafia Piero Grasso che, con fermezza, guardando diritto verso la telecamera, ha detto: “Ho bisogno di conoscere tutti i segreti della mafia, i suoi progetti criminali, le sue strutture, i suoi traffici, le sue relazioni esterne, attraverso pentiti e testimoni di giustizia che vanno incentivati con le intercettazioni, che nel rispetto della privacy, del segreto investigativo e senza imporre bavagli all’informazione, non vanno assolutamente limitate”. Chi dei due ha perso un’occasione?”.
Il nome a cui mi riferivo è, ovviamente, quello di Grillo; all’altro ha provveduto Loris, contrapponendo una visione distruttiva ad una visione costruttiva, l’Italia del “vaffanculo” e stop all’Italia della dura critica alle storture del sistema ma anche delle proposte e del coraggio civile di esibire davanti a dieci milioni di spettatori la propria diversità.
Tuttavia, il passo più significativo di Fazio è un altro; è quando Maltese gli chiede: “Avete intercettato il bisogno di una lingua diversa in tv. Niente talk show, niente conduttore domatore, tempi lenti, argomenti difficili. Chi si aspettava questo seguito?”; e lui replica: “Siamo partiti per fare il 12 per cento. Il 15 sarebbe già stato un successo. È arrivato il 30. Perché non lo capisco neppure io. Dai dati ho capito soltanto che una grande fetta di pubblico è in realtà un non pubblico, gente che non accendeva mai il televisore. In termini politici abbiamo recuperato l'astensionismo di massa. Che evidentemente non era indifferenza, ma ribellione alla tv del pollaio, al finto dibattito dove uno dice una cosa, l'altro lo interrompe con il contrario e alla fine non s'è capito nulla, non è successo nulla. Con gli autori abbiamo pensato a una cerimonia. Una cosa certo poco televisiva, semmai teatrale. Fondata sul valore della parola nuda. Un format post o pre berlusconiano, và a sapere. L'unico precedente linguistico era Celentano, i suoi silenzi, la rottura del rito attraverso un altro rito”.
Mi sono soffermato così tanto sull’intervista a Fazio, e ne ho citato larghi tratti, non per fare un favore a Fazio o agli autori di un programma che pure ho adorato, ma per suggerire un utile spunto di riflessione.
In precedenza, siamo tornati indietro di due anni; adesso, facciamo un salto indietro ancora più grande: torniamo al 2000, dieci anni fa, e per l’esattezza al 14 settembre di quell’anno, quando su Canale 5 andò in onda la prima puntata del Grande Fratello.
14 settembre 2000-8 novembre 2010: due date, tre elezioni Politiche, quattro governi ed un’era, quella berlusconiana, che ora, si spera, volge al termine.
L’8 novembre 2010, con l’inizio di “Vieni via con me” (messo in onda di lunedì proprio per costringerlo a fare i conti con la popolarità del Grande Fratello e capace di stravincere la sfida), una politica e un’informazione sempre pronta a spiare dal buco della serratura si è dovuta arrendere ad una politica e ad un’informazione pacata, moderata, riflessiva, in cui destra e sinistra si confrontano leggendo elenchi di valori, in cui i comici non vengono censurati, in cui le persone comuni che soffrono il morso della crisi economica finalmente hanno di nuovo voce.
Fazio ha giustamente parlato di recupero dell’“astensionismo di massa”; infatti i “pasdaràn” berlusconiani si sono subito infuriati: “Fai politica!”, come se fare politica fosse un’azione illegale.
Certo, in un Paese in cui la politica è, da sedici anni, un costante referendum pro o contro Berlusconi, è ovvio che chi rompe gli schemi sembri un marziano e venga contrastato con durezza.
“Vieni via con me” ha avuto un successo così marcato non perché ci fosse Saviano (anche per quello, ma sarebbe una spiegazione riduttiva), ma perché ha risvegliato nei cittadini lo spirito civico, la coscienza critica, la passione per la bella politica che sedici anni di berlusconismo avevano sopito e condannato all’esilio.
Non è un caso se la trasmissione di Fazio e Saviano è coincisa con le proteste studentesche divampate in tutta Italia. Non è un caso se, quando Maltese ha definito “Vieni via con me” una sorta di “occupazione”, Fazio ha risposto: “Il parallelo mi piace e mi è piaciuto che gli studenti abbiano adottato nelle lotte lo strumento dell'elenco. Sono segnali che sta accadendo qualcosa di profondo nella società italiana, che parte dai due luoghi principali di formazione dell'opinione pubblica, la scuola e la televisione. E riguarda i valori, l'identità”. Non è un caso se milioni di italiani, stanchi di una politica rissosa e inconcludente, si sono affidati con entusiasmo a personaggi che parlavano, senza urlare, di princìpi come la legalità, la laicità, la solidarietà, i diritti civili: tutti argomenti di cui i partiti si occupano sempre meno e di cui, per lungo tempo, alcuni esponenti del centrosinistra hanno preferito non occuparsi perché “altrimenti si perdono voti”.
Non amo le polemiche e credo che questo sia il periodo meno adatto per ingaggiarle, ma quando il Partito Democratico affrontava con orgoglio questi temi era al 34 per cento; oggi si trova dieci punti sotto e sarebbe assurdo dare la colpa a Bersani: o meglio, sarebbe berlusconismo di sinistra, culto del leader, personalizzazione della politica, cioè tutte cose dannose che gli italiani (e, in particolare, il popolo del centrosinistra) non sopportano più.
Per anni, abbiamo cercato una risposta adeguata al berlusconismo, alla sua esaltazione degli istinti peggiori di ciascuno di noi, ai suoi incentivi al menefreghismo, al “meno Stato”, allo sprezzo per la cosa pubblica, sia essa la scuola o l’università, la sanità o l’assistenza sociale a chi perde il lavoro.
È bastata una trasmissione per far comprendere a tutti, a cominciare da certi dirigenti del centrosinistra, che il “governo del fare” è solo uno slogan e che la reazione civile a questo sfacelo non possiamo cercarla altrove; dobbiamo trovarla dentro di noi, nella nostra storia, nelle nostre prospettive per il futuro, nell’idea del mondo che vorremmo costruire e lasciare alle nuove generazioni.
È bastato un programma per far emergere la bellezza di quell’“altra Italia” che finora non ha avuto voce, pur essendo la maggioranza, pur essendo migliore, ricca di cultura, di creatività, di generosità: tutti termini detestati dall’Italia berlusconiana.
Non sappiamo come andrà a finire il 14 dicembre, se Berlusconi otterrà o meno la fiducia alla Camera (quella al Senato, purtroppo, è scontata). Sappiamo, però, che esiste un’Italia diversa dalla sua, la nostra: un’Italia fatta di studenti disposti a perdere ore di lezione e a sfidare le cariche delle forze dell’ordine pur di far sapere al duo Gelmini-Tremonti che non si lasceranno tagliare il domani senza dire una parola; un’Italia che sale sui monumenti, sui tetti, sulle gru pur di far sapere all’opinione pubblica che è stanca di subire passivamente; un’Italia che arriva all’atto estremo di occupare scuole e facoltà pur di difendere i luoghi in cui può nascere una nuova classe dirigente ma dove oggi rischiano di morire le ultime speranze ed illusioni.
È questa l’Italia di cui Fazio e Saviano hanno interpretato le esigenze: l’Italia che si può riassumere con uno striscione degli studenti in lotta: “Non saremo mai come ci volete”, cioè docili, somari e indifferenti.
Roberto Bertoni
Senza confronto non si esce dal berlusconismo
Basta con questa RAI
Perché sÏ alla TAV
Via dal paese dei balocchi
Ciampi e i sogni di un giovane italiano
Un febbraio pieno di tristezza
CâĂš bisogno di RAI
Scalfaro, il galantuomo intransigente
Elogio di âAgorĂ â: la RAI che piace a noi
E ora chi la racconta questâItalia?



