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L’alfabeto dell’uomo d’onore
L’alfabeto dell’uomo d’onore

Nella ricca bibliografia data alle stampe negli ultimi anni sull’argomento mafie, che in un modo o nell’altro hanno contribuito a diffondere e migliorare la conoscenza sull’argomento, merita una particolare attenzione l’ultima fatica di Enrico Bellavia, giornalista di Repubblica della redazione palermitana, “Un uomo d’onore” data alle stampe per la collana BUR di Rizzoli. Il libro snocciola il racconto di un collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, pezzo da novanta all’interno di Cosa Nostra, che ha rappresentato un punto di contatto tra la Cupola mafiosa e il mondo della politica e dei servizi segreti: da Giulio Andreotti ai cugini Salvo, da Berlusconi a Marcello Dell’Utri.
Francesco Di Carlo, dopo l’arresto avvenuto in Inghilterra, e undici anni di detenzione, ritorna in Italia come “collaboratore e non pentito”. Incontra Bellavia per caso e dopo una lunga decantazione accetta la proposta del giornalista di raccontare la sua storia con un libro. Ciò che più colpisce di questo testo non è il racconto, di per sé importantissimo, sulle tantissime dinamiche interne a Cosa Nostra avvenute in più di cinquant’anni ma sul linguaggio utilizzato da Di Carlo per spiegare i fatti, l’agire e il pensiero mafioso dove l’omicidio diventa una “necessità”, “ogni gesto deve realizzare uno scopo” e dove “l’omertà non è un sentimento cagionato solo dalla paura ma soprattutto dal rispetto provato nei confronti di una persona che conta”. “Un mondo aberrante –scrive Bellavia –nel quale le regole autorizzano il sangue e la menzogna è uno strumento di potere”. Per questo motivo il lavoro compiuto da Bellavia non è assolutamente vano ma da giudicare necessario e indispensabile anche per chi volesse, semplicemente, avvicinarsi per la prima volta alla lettura di un argomento del genere.
Il racconto di Di Carlo fa luce sull’espansione di Cosa Nostra a Napoli e da lì, poi, nel centro e nel nord del Paese quando la struttura siciliana può essere senz’altro definita uno Stato dentro lo Stato. Di Carlo, però, non disdegna, di indicare anche gli errori commessi dalla Cupola che nel periodo in cui è stata guidata da Salvatore Riina ha voluto, a tutti i costi, “cambiare pelle e combattere una guerra casa per casa, borgata per borgata mandamento per mandamento avviandosi, così, a un punto di non ritorno sancito indubbiamente dall’assassinio, da parte di Giovanni Brusca, del piccolo Giuseppe Di Matteo figlio del collaboratore di giustizia Santino. Di Carlo, infine, si sofferma anche sulla nuova legge sui collaboratori di giustizia “che sembra studiata per far stare con la bocca cucita chi ne sapeva più degli altri”. Se ad affermare ciò è chi ancora oggi si ritiene “un uomo d’onore” c’è da preoccuparsi e non poco.

Pietro Nardiello
 

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