Giulio D'Eramo
Ieri la Repubblica e altri giornali riportavano la notizia del raggiungimento quota 10mila assassini legati al narcotraffico nei primi 10 mesi dell'anno. Dal 2006 siamo a 26mila morti . Come riporta Petri nel suo articolo “l'emblema della sconfitta e' Ciudad de Juarez, citta' al confine con gli stati uniti che vanta una media di 192 omicidi al mese”, ovvero 2300 l'anno su una citta' che conta 100mila abitanti in tutto (+ di due persone su cento trovano ogni anno la morte per mano di organizzazioni criminali).
C'era una volta Pancho Villa, c'era una volta Emiliano Zapata, c'erano una volta le guerre civili in cui l'interesse di alcuni coincideva con le rivendicazioni di molti, in cui i capi avevano la necessita'di presentarsi come difensori degli interessi altrui. In cui per certi versi si combatteva per piu' giustizia, per maggiori diritti. La guerra messicana di oggi appartiene invece a quella catena di insurrezioni che sono dichiaratamente portate avanti per gli interessi particolari di soggetti molto ricchi e molto potenti. Come in altri paesi, si assiste in Messico ad una crescente arroganza del denaro; naturalmente dato che in questo caso i potenti in questione sono dei sanguinari narcotrafficanti, quest'arroganza si fa violenta non solo a parole.
La tragedia e' talmente pesante che il conservatorissimo Felipe Calderon aveva (per poco) addirittura caldeggiato la legalizzazione di alcune droghe come la marijuana, per sottrarre alle organizzazioni criminali almeno una parte di quegli incredibili introiti che sono il carburante e la causa di questa guerra civile. Ma esclusa questa bislacca proposta senza avvenire il governo non sembra avere altre credibili alternative, dato che neache i fondi e l'intelligence stanziati dagli stati uniti l'anno hanno sortito alcun effetto.
In tempi di guerra si sa che la liberta' e' la prima, anche se non la piu' importante, delle vittime. Se guardassimo al numero dei giornalisti uccisi quest'anno (tra i 9 e i 20 a seconda delle fonti, l'ultimo il 5 novembre), potremmo pensare che la stampa soffra meno di altre categorie. Ma in realta' le proporzioni della sconfitta sono senza precedenti, nel senso che la stampa ha letteralmente alzato bandiera bianca.
Numerosi sono i casi simili a quello della citta' di Reynosa, dove il Cartello del Golfo controlla tutto, dalla polizia al governo, ma sulla stampa locale non esce niente, visto che e' anch'essa nelle mani dei narcotrafficanti.
Ma ancora piu' emblematico e' il silenzio di grandi giornali indipendenti.Il 24 settembre scorso El Diario, quotidiano di Ciudad de Juarez, ha pubblicato in prima pagina una lettera dell'editorialista Gerardo Rodriguez ai narcotrafficanti. Era intitolata ”Diteci cosa volete”. In un'intervista con B. Gladstone Rodriguez spiega:”mentre prima i narcos chiamavano in redazione per minacciare rappresaglie in caso di pubblicazione di alcuni articoli, adesso ammazzano i nostri giornalisti senza preavvisi e senza spiegare perche'. Credo che una storia non valga una vita. Il mio editoriale esprime soprattutto il riconoscimento del fatto che in citta' l'autorita' sono loro, cosa spesso non ammessa dalla stampa. I Cartelli non sono composti solo da criminali. A volte sono politici”.
Piuttosto che una difficile analisi statistica dell'effettiva percentuale dei crimini riportati dalla stampa, potremmo qui usare un esempio che secondo me illustra bene la situazione: il 4 ottobre a Nueva Loredo, citta' al confine con gli stati uniti, durante una sanguinosa sparatoria sparisce anche un turista americano. Il giorno dopo il piu' importante giornale locale (el Manana) non riporta la notizia, ma trova il tempo e la voglia di pubblicare in prima pagina un fondamentale articolo sui puffi, corredato dalla gioiosa foto di Grande Puffo.
In tutto cio' i segnali del governo sono contraddittori: mentre due mesi fa ha passato una legge che rafforza le protezioni di cui godono i giornalisti, continuano episodi di radio locali chiuse o multate dalla polizia. L'ultimo episodio riguarda la Radio Tierra y Libertad di Monterrey, il cui direttore e' stato condannato a due anni di prigione e costretto a chiudere per mancanza di regolare licenza – da sottolineare il fatto che la Radio aveva legalmente ottenuto la licenza un anno fa, dopo sette anni di attesa. Solo qualche settimana prima la stessa sorte era toccata ad una radio in Chiapas. D'altronde uno studio pubblicato dall'organizzazione britannica Article 19 sottolinea come il 65% degli attacchi alla liberta' di stampa arrivi dal governo, spesso in seguito ad articoli sulla corruzione di funzionari pubblici.
Ma la sconfitta dei Media tadizionali non viene da sola: e' infatti accompagnata dall'ascesa di quelli che alcuni hanno gia' ribattezzato i NarcoMedia. I narcotrafficanti infatti, non contenti di aver ridotto al silenzio l'intero paese, stanno da tempo studiando e sperimentanto nuove strategie d'immagine. L'ultimo eclatante episodio risale a 2 settimane fa, quando e' apparso in rete il video di un uomo, circondato da uomini pesantemente armati, che confessava le collusioni di sua sorella ( procuratrice dello stato di Chihuahua) con alcune organizzazioni criminali. Il fenomeno era cominciato anni fa con decapitazioni registrate -tipo Al-Qaeda per intenderci- di onesti funzionari pubblici. Da questo primo uso si e' passati alle confessioni pubbliche: a luglio quattro giornalisti erano stati rapiti e liberati solo quando le televisioni avevano accettato di mandare in onda un video in cui una guardia carceraria, circondata da uomini armati, confessava di aver lavorato per il cartello rivale. Da notare che il video era gia stato messo su Youtube, ma i narcos volevano piu' visibilita'.
Ovviamente l'attendibilita' di questo genere di confessioni lascia il tempo che trova, specialmente perche' molto spesso non si capisce neanche chi siano i rapitori: narcotrafficanti rivali, paramilitari, esercito?
Di sicuro pero' c'e' un fatto: i narcos vogliono sempre di piu', ed oltre che al potere vogliono anche una legittimazione mediatica. D'altronde, come noi sappiamo bene, la verita' puo' diventare un'opinione se ogni fatto viene annegato in un mare di pareri contrastanti.
Terreno fertile per la nascita di questi nuovi media e' infatti il luogo in cui qualsiasi informazione e' vista come una opinione, in cui la verita' giornalistica non e' ritenuta altro che una interpretazione dei fatti funzionale agli interessi di qualcuno, in cui infine la propaganda piu' becera gode dello stesso grado di autorevolezza delle indagini della magistratura.
da MediaTrotter
Fonti: IndexonCensorship, RSF, CPJ,Colbert Report, etc
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