Trentacinque anni sono trascorsi dal 2 novembre del 1975, quando Pier Paolo Pasolini fu brutalmente assassinato all’Idroscalo di Ostia.
Trentacinque anni, due generazioni, una miriade di governi, quattro papi, sette presidenti americani ed un’Italia che, è tristissimo doverlo ammettere, non sembra essere molto cambiata da allora.
Ricordare la figura di Pasolini, è un’ottima occasione per riflettere sull’Italia di oggi: un Paese nel quale, come all’epoca, regnano il torbido, la manomissione della realtà e i segreti di Stato, a dispetto della chiarezza, della limpidezza, della vicinanza ai problemi dei cittadini.
Era un distruttore che costruiva, Pier Paolo Pasolini, un “rottamatore” ante litteram che faceva della provocazione la sua arma migliore.
Aveva le sue idee e le esprimeva con coraggio, ma non apparteneva a nessuno. Non apparteneva certo ai movimenti studenteschi del 1968 contro i quali, anzi, espresse giudizi di fuoco. Non apparteneva, di sicuro, alla destra ma, a voler essere sinceri, neanche alla sinistra; era un uomo libero che ha pagato a caro prezzo il suo amore per la verità.
Mi ha stupito trovare in un libro di Lilli Gruber, “Chador”, dedicato all’Iran, un capitolo intitolato “Pasolini a Teheran”.
Ma a pensarci bene non è così assurdo, specie se si legge il motivo che ha indotto Ali, proprietario del “Gole Rezaieh” a Teheran, ad affiggere una sua foto ad una parete del locale: “È l’italiano che amo di più. Era un uomo coraggioso e all’avanguardia. Adoro i suoi film, in particolare Salò o le 120 giornate di Sodoma. L’ho visto a Parigi anni fa, è un film contro il fascismo, contro tutti i fascismi, incluso quello che abbiamo qui”.
Era proprio questa la forza di Pasolini, e anche ciò che lo rendeva un intellettuale scomodo e pericoloso per coloro che prendeva di mira: la sua capacità di essere universale, di farsi apprezzare da un vasto pubblico, di andare oltre il vecchio schema, logoro già allora, destra-sinistra.
L’altra grande virtù di Pasolini era la lungimiranza. Con le sue denunce, riusciva spesso ad infrangere le barriere del conformismo e del conservatorismo, risultando antipatico a bigotti e benpensanti, ai cultori della squallida giustificazione “così fan tutti”, ai custodi delle presunte “verità rivelate” che, in realtà, non esistono e sono semplicemente alibi o illusioni.
La sua amica Dacia Maraini scrisse che l’angoscia era il suo stato naturale e aveva ragione. Pasolini ammetteva senza remore il suo scetticismo nei confronti del domani, come se fosse quasi stanco della vita: “Non ho sogni, quindi non mi disegno neppure una visione futura” diceva.
Quando Biagi gli chiese se il Vangelo lo consolasse, rispose: “No. Non cerco conforto, cerco umanamente, ogni tanto, qualche piccola gioia, qualche piccola soddisfazione. Ma le consolazioni sono sempre retoriche, sempre insincere, irreali. Per me il Vangelo è una grandissima testimonianza del pensiero, che integra, che rigenera. La consolazione è come la speranza, e non voglio sentirne parlare, perché è una evasione dalla coscienza, è un rimandare a domani ciò che si deve fare oggi. Cristo infatti dice: “Siate come i gigli dei campi e gli uccelli del cielo”, cioè pensate soltanto al tempo che state vivendo”.
Da queste considerazioni, si potrebbe ricavare l’idea di un Pasolini egoista, disinteressato alla sorte delle generazioni future, ma oggi ci accorgiamo che ha fatto molto di più lui per le nuove generazioni che quella classe politica che non ha mai smesso di avversare e di criticare.
Non amava neanche il successo, lo riteneva “l’altra parte della persecuzione”, “una cosa brutta per un uomo”.
Sarebbe eccessivo affermare che Pasolini fosse un uomo solo; di sicuro era un intellettuale molto discusso, da alcuni amato, da altri detestato e accusato di tutte le nefandezze possibili; da pochissimi veramente compreso.
Se n’è andato, all’età di cinquantatre anni, lasciando dietro di sé una scia di sospetti, supposizioni, ricerche di verità che fanno un po’ sorridere se si ricorda tutto il fango che è stato gettato su di lui quand’era ancora in vita.
L’unica verità che egli avrebbe accettato è che chi l’ha ucciso non ha voluto uccidere l’uomo Pasolini ma il suo pensiero, troppo avanti per una fase storica segnata dallo scontro ideologico tra i due blocchi.
Pasolini era stato tra i primi ad intuire e a sostenere che le ragioni e i torti non stanno mai da una sola parte: aveva attaccato duramente la Democrazia Cristiana senza per questo diventare un idolo dei comunisti.
Per rendergli l’omaggio che merita, vi restituiamo l’immagine sanguigna di Pasolini: il Pasolini che si batte contro ogni forma di omologazione, il Pasolini della celebre invettiva “Cos’è questo golpe? Io so”, apparsa sul “Corriere della Sera” del 14 novembre 1974: “Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”.
Roberto Bertoni
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