Di Giulia Tosoni
Un film azzeccato fin dal titolo, sul degrado in cui è caduta la pubblica istruzione in Italia.
"La scuola è finita", come nell'ultimo giorno di lezione a giugno, quando gli studenti scappano fuori dai cancelli con l'urgenza di chi corre verso la libertà, professori stremati raccolgono le proprie cose e si preparano agli scrutini, aule e corridoi rimangono vuoti e stranamente silenziosi, percorsi solo dalle correnti d'aria calda estiva, rifiuti e carta straccia.
E sembra proprio come Valerio Jalongo la racconta, la scuola italiana: un luogo disincantato, svuotato dalla propria missione, eroso dal tempo come gli edifici che lo accolgono, incompreso e incomprensibile nel suo lungo e inarrestato declino. La nostra scuola è un luogo di docenti spesso troppo affranti, come i due protagonisti del film, per essere d'aiuto agli studenti in difficoltà, quando ancora trovano la forza di provarci. Un luogo sul quale le turbe psicologiche di genitori-adolescenti si abbattono con maggiore forza di qualsiasi legge, regolamento o semplice buon senso.
Un luogo-non luogo, in cui studenti sballottati in questo mondo complicato si sentono sospesi e rinchiusi per cinque ore al giorno.
Nella sala in cui ho visto questo film, in concorso al Festival del Cinema di Roma, ho raccolto il commento di uno studente alla sua sbalordita mamma "Ecco, vedi, i nostri banchi sono proprio così". Ho raccolto la rabbia di qualche docente che si è sentito colpito, e risate, quasi tutte amare, dei ragazzi presenti.
Perché si ride anche, naturalmente, di fronte agli stratagemmi studenteschi per qualche ora d'aria o per un sei all'interrogazione.
Ho ripensato al film "La scuola" di Daniele Luchetti, del 1995: raccontava in modo delizioso, con grande ironia, quella gabbia di matti, tra studenti disadattati e prof alla rincorsa del senso di insegnare. "La scuola" faceva ridere e commuovere, ma raccontava di un mondo in cui la vita e l'ironia alla fine vincono, di una scuola caracollante ma simpatica, che ritrovava se stessa nei sogni ad occhi aperti dei suoi studenti, o nei momenti di euforia da gita scolastica. I disadattati di quel film sono ragazzi buoni, che alla fine, tra bocciature e gravidanze indesiderate, diventano grandi.
"La scuola è finita" racconta di quel che è accaduto in questi 15 anni: la perdita della speranza e della felicità tra quelle mura. Non c'è gioia per nessuno nell'Istituto Pestalozzi, che rimane, anche quando con i problemi della vita, della periferia romana e degli adolescenti si scontra, fuori dal mondo, abbandonato, disconnesso dalla realtà che lo circonda e lo aggredisce.
Non c'è speranza per Donadei, alunno "difficile", non sarà la scuola a salvarlo, a toglierlo dal suo mondo parallelo per restituirlo alla vita, a togliergli gli auricolari dalle orecchie per dargli un obiettivo e una passione. Una scuola che non incrocia mai la realtà: rappresentata egregiamente dalla spina staccata dal muro, che toglie la corrente alla chitarra nelle mani di Donadei, per pochi secondi protagonista di se stesso.
La scuola italiana è finita per davvero, e c'è bisogno di raccontarlo. Perché la sensazione forte è che senza di lei, nemmeno noi si vada da qualche parte. Magari, poi, a furia di raccontare, qualcosa cambierà e qualcuno andrà a riattaccare quella spina.
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