Articolo 21 - Libri e Giornalismo
Impìccati, storie di morte nelle prigioni italiane
“La prigione è dolore, solitudine, lacrime, paura, pena, vergogna, rabbia. In carcere si muore, come fuori e per le stesse cause: malattia, suicidio, omicidio. Ciò che non dovrebbe accadere mai, però, è morire di carcere." ( dalla quarta di copertina)"Di carcere" si muore e si muore continuamente, ogni giorno e con una percentuale crescente negli ultimi anni. Che poi questo sia un fenomeno dovuto al sovraffollamento, o piuttosto ad un generale cattivo malfunzionamento del sistema carcerario, di mancate riforme, della carenza del personale… o di tutte queste cose insieme, la realtà è e resta che il numero delle persone che in carcere perdono la vita “in circostanze misteriose”, per carenza di cure o per suicidio, sono tante, troppe per un paese che continua a definirsi civile e democratico. Luca Cardinalini, giornalista e scrittore, raccoglie in Impìccati, 8 storie, storie di uomini, con un’unica eccezione femminile, uomini morti di carcere, in circostanze, il più delle volte poco chiare. Non un atto d’accusa, o dito puntato contro qualcuno, precisa l’autore nell’introduzione al testo, ma la semplice narrazione di vicende che per molti aspetti risultano emblematiche ed esemplificative rispetto a tante altre. Puro racconto, dunque, senza alcuna conclusione, seppure è il racconto stesso che, di conclusioni, porta a farne. Alcune di queste storie sono già note al grande pubblico e forse hanno anche fornito lo spunto all’intera narrazione: vi è infatti la storia di Stefano Cucchi, accompagnata da una lunga intervista al padre, e quella di Aldo Bianzino, morto in circostanze quanto meno strane nel carcere di Capanne a Perugia. E accanto a queste, storie meno note, che affondano le proprie radici indietro nel tempo, come quella di Luigi Acquaviva, o più recenti ma mai balzate troppo agli onori della cronaca, nonostante la giovane età dei protagonisti, vedi il caso di Niki Aprile Gatti, coinvolto in una strana vicenda di truffe informatiche e morto “suicida” nel carcere di Firenze il 24 giugno del 2008, o quella del muratore incensurato Stefano Frapporti, morto anch’egli suicida nel carcere di Rovereto il 22 luglio 2009, a sole poche ore dall’arresto. Per ciascuna di queste storie gravano i punti interrogativi, affidati alla difesa o ai familiari. A loro il compito di non mollare, di tenere desto il ricordo e di portare avanti una battaglia per la verità, sempre difficile e dolorosa. I protagonisti sono inquadrati nella loro parentesi di “vita reclusa”, su di loro, colpevoli o innocenti, non grava nessun giudizio di tipo morale, piuttosto una riflessione: uomini entrati in carcere in buone condizioni, ne sono usciti solo dopo morti, quello stato che avrebbe dovuto “custodirli” è in qualche misura responsabile della loro morte.
L’appendice, o postfazione del libro, è affidata a Laura Baccaro e Francesco Morelli di Ristretti orizzonti e dalla narrazione singola si passa all’analisi dei dati ufficiali inerenti il fenomeno suicidario, gli atti di autolesionismo e gli “altri incidenti strani” che contraddistinguono il percorso “fintamente rieducativo” all’interno degli istituti di pena italiani. Dati che dovrebbero far gridare allo scandalo soprattutto messi a raffronto con quelli europei e internazionali, mentre nel nostro paese non suscitano altro che qualche timida forma di “indignazione” a mezzo comunicato stampa. Nella disamina della casistica ( suicidi,autolesionismo, sciopero della fame) emerge un malessere di fondo che trova nel corpo “ il solo mezzo di comunicazione con l’esterno”. “Il corpo- scrivono i due autori- viene buttato così com’è ( tagliato, lacerato, mortificato) in faccia a chi lo vorrebbe ignorare. Di conseguenza non stupisce che ogni anno un detenuto su sette… ricorre all’autolesionismo o tenta il suicidio”.
Mai come in questi ultimi mesi si è assistito al proliferare di testi che tentano di raccontare la dimensione carceraria per abbattere quanto meno quelle sbarre virtuali che separano di fatto il mondo libero da quello recluso, il merito, probabilmente spetta anche e soprattutto al coraggio di intere famiglie che hanno fatto del loro privato dolore, una vicenda pubblica che coinvolge tutti, istituzioni come comuni cittadini. E di chi, queste storie, decide di raccontarle.
di Bruna Iacopino
iacopino@articolo21.info
Impìccati- di Luca Cardinalini
Derive Approdi
euro 15,00
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