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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
L’autunno del Cavaliere
L’autunno del Cavaliere

Per una volta siamo solidali col Cavalier Berlusconi. Di questi tempi, come se non bastasse quel “bolscevico” di Fini e quel manipolo di “marxisti-leninisti” suoi degni compari, proprio non gliene va bene una.
Tralasciando il commento di “Famiglia Cristiana” (“La malattia del premier fa tristezza e pietà” ha scritto il settimanale paolino in merito al suo ultimo presunto sexy-scandalo), noto organo ufficiale del PCUS che, per dirla con l’ex comunista Bondi, “ha superato i limiti della correttezza professionale e della rispettosa prudenza propria dei cattolici”, è bene concentrarsi sulle questioni prettamente politiche. Pare, infatti, che anche Umberto Bossi sia ora pronto a partecipare al governo tecnico; e quest’analisi si può interpretare in un solo modo: il Cavaliere rischia di essere scaricato pure dal più fedele dei suoi alleati.
Noi, come sempre, non ci occuperemo del caso Ruby, o meglio: ce ne occuperemo ma alla nostra maniera, cioè accantonando il gossip e le frivolezze ed entrando nel merito della vicenda.
Come detto, sempre e a proposito di chiunque, secondo noi un uomo politico dev’essere valutato solo in merito ai suoi comportamenti pubblici perché ciò che fa sotto le coperte, purché non c’entri di traverso l’intero Paese (e sapete a cosa mi riferisco), sono affari suoi.
Abbiamo scelto quest’approccio più ridanciano del solito per rispondere ad un dilemma che ci ha accompagnato in questi giorni: c’è da piangere o da ridere? Diciamo che se Berlusconi fosse un privato cittadino o un politico di terza categoria, ci sarebbe molto da ridere e, alla fine, potremmo tirare tutti un sospiro di sollievo. Il guaio è che Berlusconi, evidentemente a sua insaputa, è il presidente del Consiglio e ha in mano le sorti di un Paese allo sbando, prossimo alla recessione economica, con un’inflazione alle stelle, una crisi occupazionale senza precedenti, una crescita vicina allo zero, un livello di corruzione da allarme rosso, un’informazione sulla quale è opportuno sorvolare, un governo che non c’è più da tempo, un parlamento paralizzato e un’incertezza che sta minando le fondamenta della convivenza sociale tra i cittadini.
La nostra posizione in merito a questi argomenti non è cambiata dai tempi dei casi D’Addario e Noemi Letizia; ritenevamo sbagliate e controproducenti certe campagne mediatiche, allora, e le riteniamo ancor più sbagliate e controproducenti adesso.
In questa “Telecrazia”, o “Lelecrazia” (da Lele Mora) come l’ha definita Francesco Merlo su “il venerdì di Repubblica, anche molti giornali e telegiornali vicini al centrosinistra si sono tuffati a pesce sulla storia dei misteriosi rapporti d’amicizia tra Berlusconi e questa disinvolta ragazza marocchina. Questo, a nostro parere, è berlusconismo allo stato puro. Non solo, ma un atteggiamento del genere consente agli “house organ” di casa Berlusconi di alimentare il circo mediatico nel quale da anni sguazzano che è un piacere.
Se i casi D’Addario e Letizia fossero stati trattati in altro modo, cioè sottolineando la perdita di credibilità e di prestigio internazionale cui Berlusconi espone l’Italia con i suoi atteggiamenti, sarebbe stato più difficile per Feltri, Sallusti, Belpietro & Co. esporre alla gogna Fini e la sua famiglia per un’intera estate, trincerandosi dietro la giustificazione che “anche voi lo scorso anno avete fatto lo stesso con Berlusconi”.
Qualcuno dirà: tanto il polverone lo avrebbero alzato lo stesso. Poco ma sicuro, però sarebbe stato più difficile per loro mimetizzarsi nel Circo Barnum dell’Italia berlusconiana. Così, invece, il giornalismo-clava si riproduce al ritmo delle zanzare in una palude e contribuisce a creare il clima torbido che noi cerchiamo invano di combattere.
Ad accertare i reati, nel caso ci fossero, dev’essere la magistratura, non i giornali. Per questo, abbiamo apprezzato moltissimo la sobrietà con cui ha affrontato la vicenda un giornale chiaramente schierato come “l’Unità”: la direttrice Concita De Gregorio ha scritto nell’editoriale di venerdì: “Avremmo bisogno di un governo, in realtà: non possiamo permetterci di sostituirlo con un comitato d’affari dedito nei ritagli di tempo a particolari evoluzioni erotiche. Ci servirebbe, e anche in fretta, qualcuno che si occupasse – meglio se a tempo pieno – del lavoro che non c’è, di quante ore di cassa integrazione saranno erogate l’anno venturo, di una riforma del fisco che non chiami sempre gli stessi a pagare, della camorra che gestisce e manovra a scopi di suo personale tornaconto il disastro dei rifiuti, della ricerca e del sapere azzerati e irrisi, di dare una casa e un’occupazione a chi ha meno di trent’anni perché possa diventare adulto e farsi carico in proprio delle responsabilità che gli spettano, di dare ospedali ai malati, assistenza ai vecchi, asili ai bambini, stimolo alle imprese, fiducia alle persone. Al contrario, vedete, di tutto questo non si parla né temo si parlerà per parecchie settimane, forse mesi”.
Sabato, invece, “l’Unità” ha dedicato la prima pagina all’ennesima serie di cortei studenteschi che si sono svolti in numerose città italiane contro la riforma Gelmini. In primo piano, il volto pulito di una ragazza: la migliore dimostrazione che bellezza e capacità non sono incompatibili, che non occorre essere veline per farsi strada, che c’è anche una splendida e giovane Italia che non è disposta a vendere la propria dignità e il proprio futuro.
Siamo grati a Concita De Gregorio per questa scelta che dimostra un’altra nostra teoria: il giornalismo cosiddetto “schierato” (altra orribile parola entrata nel vocabolario comune a causa di Berlusconi) è spesso assai più utile, assai più vero, assai più interessante di quel falso giornalismo “terzista” (per me “terzista”, quanto a scempiaggine, fa il paio con “buonista”) che in realtà non dice nulla e ha come linea politica la paura di scontentare il governo di turno.
In poche righe, la De Gregorio ha tracciato l’agenda delle priorità del Paese, ha dato voce a chi non ha voce, ha riportato d’attualità temi che rischiano di essere oscurati dalle forme aitanti di Ruby.
“Io – diceva Enzo Biagi – ho un solo padrone: il lettore”. Se tutti noi ci mettessimo al computer con questo spirito, ci ricorderemmo che i nostri padroni sono gli insegnanti precari, i ragazzi che lottano per avere un domani, gli studenti universitari che chiedono un’università migliore perché questa non fornisce un livello d’istruzione sufficiente per essere competitivi con i propri coetanei stranieri, i ricercatori costretti ad emigrare per non patire le umiliazioni di un governo che li considera una zavorra, gli statali che Brunetta vorrebbe mandare via in oltre trecentomila entro il 2013. Chi si occupa di questi poveri cristi? Vi sembra etico fiondarsi sul caso Ruby solo perché così si vendono più copie o si aumentano gli ascolti? Questo, ripeto, è berlusconismo e allora bisogna scegliere: o lo si ritiene un male per il Paese e si è contrari sempre oppure, tentennando così, si lancia il messaggio che, tutto sommato, un po’ di berlusconismo ogni tanto non guasta.
Sarei lieto di leggere sulle prime pagine dei giornali italiani notizie come questa, riportata da Salvo Intravaia su “Informazione Libera”: “Criticare pubblicamente la riforma Gelmini può costare ai dirigenti scolastici fino a tre mesi di stipendio. E alzare la voce nei confronti di un genitore una multa, fino a 350 euro. Stessa sanzione, da 150 a 350 euro di multa, per i capi d'istituto che andassero in giro senza cartellino di riconoscimento o che non avessero provveduto ad apporre una targa con nome e cognome davanti alla porta della propria stanza. Con la pubblicazione sul sito del ministero dell'Istruzione, avvenuta il 21 ottobre, il Codice disciplinare per i dirigenti scolastici è pienamente operativo.
Da oggi, i capi d'istituto dovranno stare attenti a esprimere la propria opinione in pubblico o sui media. Se infatti le loro dichiarazioni dovessero essere considerate lesive dell'immagine dell'amministrazione potrebbe scattare la “sospensione dal servizio con privazione della retribuzione da un minimo di tre giorni fino a un massimo di tre mesi”. Il codice Brunetta (“Comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni”), recepito anche per i presidi, non ammette dichiarazioni pubbliche che vadano a “detrimento dell'immagine della pubblica amministrazione”.
L’esecutivo, in pratica, ha deliberato che se un cittadino comune, quale è un dirigente scolastico, esercita il proprio sacrosanto diritto di critica nei confronti del governo, lede “l’immagine della pubblica amministrazione”. E Brunetta, allora, che da due anni non fa altro che definire i dipendenti pubblici una massa di “fannulloni”?
Anche se determinati “regolamenti” non inducono certo serenità, non mi permetterei mai di insinuare che un governo ispirato all’amore ed alla libertà come quello attuale voglia fare del “terrore” uno strumento di comando. Questi sono semplici “fatti” ed ognuno giudichi con la sua testa. Dal canto mio mi sono semplicemente limitato ad analizzare scientificamente, senza allusioni né una sillaba di commento, un certo modo di fare, purtroppo assai diffuso in quest’Italia flagellata dai dossier e dalle inchieste-fiume sui comportamenti privati di questo o quel personaggio.
Il Cavaliere ha imboccato il viale del tramonto, sta attraversando il suo autunno che presto diventerà inverno ma è proprio adesso che bisogna tenere gli occhi bene aperti perché – ce lo insegnano i latini – “in cauda venenum”. La storia insegna che è nelle fasi di declino che i governi alla Berlusconi danno il peggio di sé.
Un esempio ce lo fornisce il dramma del “Secolo d’Italia”, raccontato venerdì dalla direttrice Flavia Perina: “Ci vogliono cancellare. Non è un gioco di parole, o una battuta, o una drammatizzazione giornalistica. Negli ultimi tre giorni, lontano dai riflettori, si è consumato quello che potrebbe essere l’ultimo atto del “Secolo d’Italia” dopo 50 anni di storia. Raccontare quello che è successo è molto semplice: ieri avremmo dovuto avere la garanzia delle anticipazioni economiche che ci servono per arrivare a fine anno (700mila euro) e invece non è arrivata. Dopo una confusa riunione del Comitato dei garanti, molte promesse, rassicurazioni, trattative, l’atto conclusivo che ci avrebbe consentito di “metterci a posto” non è stato varato”.
Aggiunge la Perina: “Il colpo di mano era stato largamente annunciato un paio di settimane fa dalle dichiarazioni di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri su Libero e il Giornale, con aperti rimproveri sulla “linea” del nostro quotidiano. C’è qualcuno, evidentemente, che ritiene provocatoria l’esistenza di un giornalismo di destra che si sottrae al coro: anche se non fa decine di migliaia di copie, anche se non è ospite fisso dei talk show come gli onnipresenti Belpietro e Sallusti, anche se non fa polemiche ad personam ma cerca di lavorare sulle idee, la riflessione, il ragionamento”.
Tuttavia, è un’altra la frase che mi ha colpito maggiormente nell’editoriale di Flavia Perina: “Ed è proprio al centrodestra che vogliamo rivolgere il primo appello. Ai parlamentari del PDL di tutte le provenienze. Agli eletti. Agli iscritti. Agli amici, tanti, che nel Popolo delle Libertà ci seguono e ci leggono al di là dello “strappo” di luglio. Ma vi sembra normale? Vi pare politicamente tollerabile che, mentre l’area berlusconiana è già in difficoltà sui grandi conflitti di interesse, alcuni dirigenti di quello schieramento lavorino per mettere a tacere la voce del Secolo, e mandare a casa (non è secondario) una quarantina tra giornalisti, poligrafici e amministrativi? Avete già Minzolini, avete Mediaset, avete la corazzata del Giornale, posizioni strategiche in tutti gli organigrammi della Rai, avete Libero, Il Tempo. Pamorama, su cui scorrazzare in gran libertà: non potete proprio tollerare che esista anche il Secolo d’Italia? Ed è così difficile sopportare che non sia di stretta obbedienza “colonnellesca” o berlusconiana, che proponga riflessioni non ortodosse, punti di vista atipici, recensioni o interviste che escono dallo schema degli opposti estremismi, che non canti tutti i giorni la canzone <<meno male che Silvio c’è>>?”.
Finora, ho acquistato il “Secolo” solo quando aveva una prima pagina con la quale mi trovavo d’accordo; ma quella prima pagina, con al centro una striscia nera e sopra il titolo “Ci vogliono cancellare”, mi ha fatto male. Come mi fa male sapere che, forse, non esisterà più il piccolo e glorioso “Manifesto”, rifugio di quella cultura di sinistra che antepone sempre gli ideali alle convenienze.
D’ora in poi, li acquisterò, di tanto in tanto, anche quando avranno una prima pagina che non mi convince perché questo è il concetto di democrazia sancito dalla nostra Costituzione: accettare e rispettare le idee del prossimo anche quando sono diverse dalle nostre e difenderle quando sono oggetto di una qualunque forma di sopruso.
Per questo, venerdì scorso, tra gli altri, ho chiesto al mio edicolante il “Secolo” e “il manifesto”, per contribuire a difendere il diritto di esprimersi di chi non la pensa come me.
Per questo, lancio un appello dalle colonne di Articolo 21: costituiamo dei comitati civici, uniamoci, forze di maggioranza e d’opposizione, intellettuali, gente comune, per difendere la cultura, il cinema, l’editoria, la scuola, l’università, per contrastare i tagli del governo che soffocano innumerevoli voci di libertà.
Non esiste una democrazia di destra, di centro o di sinistra: esiste la Democrazia. E, citando Enzo Biagi: “La libertà è come la poesia: non deve avere degli aggettivi, è la libertà”.

Roberto Bertoni

 

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