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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
La società della violenza
La società della violenza

Al termine (si spera) di un periodo caratterizzato dalla violenza e dalla sopraffazione, siamo lieti di far presente al ministro Maroni che l’unica manifestazione pacifica di questa settimana è stata quella della FIOM, cioè quella che lui aveva definito ad alto rischio di infiltrazioni violente.
Dire che non è successo nulla, però, sarebbe ingiusto. È successo eccome qualcosa: è successo che centinaia di migliaia di persone sono accorse a Roma per rivendicare i propri diritti; e vedere piazza San Giovanni così festosa – per quanto popolata da gente arrabbiatissima – così gremita, così convinta di poter costituire una base di partenza per l’alternativa a Berlusconi è stato senz’altro un bel vedere.
Un collega di Maroni, al secolo Maurizio Sacconi, l’attuale ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, si era spinto persino a paventare l’ipotesi di un morto, al che il segretario della FIOM Landini gli ha replicato dal palco di piazza San Giovanni: “Quando addirittura si arriva ad invocare il morto come un ministro della Repubblica ha fatto, siamo di fronte ad una irresponsabilità totale”.
Discutendo un po’ in giro dei recenti fatti di cronaca e delle ultime vicende politiche, qualcuno mi ha domandato: “Ma è una forma di irresponsabilità o una precisa strategia, simile a quella della tensione che caratterizzò gli Anni di Piombo?”. Non me la sento di rispondere ad un quesito così diretto, anzitutto perché le risposte potrebbero essere molteplici, in secondo luogo perché credo sia doveroso misurare le parole in un’epoca già di per sé così violenta.
Infine, dato che in piazza San Giovanni è andato tutto per il verso giusto, sono certo che anche i ministri Maroni e Sacconi si saranno rasserenati e, pur essendo in disaccordo con la manifestazione, avranno tirato un sospiro di sollievo.
Veniamo, dunque, alle questioni serie, quelle che mi hanno indotto a scrivere questo articolo.
Partiamo da un esempio che viene da lontano, ma va preso molto sul serio. Ricordate cosa accadde qualche anno fa in Argentina, quando il paese sudamericano era sull’orlo della bancarotta o, per dirla in termini tecnici, in condizioni di “default” delle sue obbligazioni internazionali? Ci furono sanguinose rivolte, il presidente de la Rúa fu costretto a dimettersi e, nel giro di due settimane, si avvicendarono quattro presidenti in rapida successione, fino alla nomina ad interim di Eduardo Duhalde ad opera dell’assemblea legislativa. Potrebbe accadere una cosa del genere anche in Italia? Assolutamente no perché, per fortuna, noi siamo nell’Euro e beneficiamo del traino costituito dall’economia tedesca che rimane fortissima a dispetto della crisi.
Ritengo doverosa questa precisazione perché conosciamo assai bene il sistema con cui i berlusconiani gettano in caciara qualunque allarme serio: lo ingigantiscono al punto da renderlo ridicolo e poi ti accusano di allarmismo, disfattismo, catastrofismo e così via.
Noi non siamo né allarmisti né disfattisti né catastrofisti, siamo semplicemente preoccupati per una crisi economica e sociale dalla quale non s’intravede via d’uscita.
In Argentina, ai tempi della bancarotta, il blocco quasi totale dell’economia, durato mesi, provocò un drammatico aumento di disoccupati e nuovi poveri, una crisi di liquidità del sistema, un aumento della piccola criminalità e di atti vandalici contro banche ed esercizi commerciali: una pericolosissima instabilità sociale. Vi sembra uno scenario così distante da quello dell’Italia di oggi? Da noi, grazie a Dio, ancora non si sono verificati gli assalti alle banche e ai supermercati, ma tutto il resto lo vediamo ogni giorno, sia pure in forme diverse, sia pure in maniera meno dirompente perché – ripeto – noi siamo nell’Euro e abbiamo una base economica di partenza un po’ più solida di quella argentina.
Provocare allarmi ingiustificati, oltre ad essere un reato, sarebbe un comportamento strumentale, da evitare ad ogni costo. Tuttavia, sarebbe altrettanto grave voltarsi dall’altra parte e continuare a sostenere che, in fondo, “tutto va ben madama la marchesa”, che la crisi c’è ma passerà presto, che l’Italia ha reagito meglio degli altri paesi e tutte le altre inesattezze (chiamiamole inesattezze) che gli esponenti del governo ripetono da quando è arrivata la crisi.
Che piaccia o meno, il clima sociale violento ed instabile di questi giorni è figlio legittimo delle condizioni economiche e politiche in cui versa il Paese.
In questo caso, non ha senso discutere se sia colpa del centrodestra o del centrosinistra e spero che a nessuno salti in mente di mettere il cappello su questa crisi, in un senso o nell’altro, perché sarebbe un comportamento irresponsabile e dalle conseguenze imprevedibili.
Episodi di violenza sono sempre avvenuti, ma personalmente non ricordo una settimana in cui, uno di seguito all’altro, un ragazzo colpisce con un pugno un’infermiera rumena che batte violentemente la testa e muore dopo una settimana di agonia; un tassista viene pestato a sangue per aver investito un cane; un gruppo di scalmanati serbi mette a ferro e fuoco la città di Genova e lo stadio di “Marassi”; viene diffuso il video di un altro pestaggio a sangue, avvenuto il 26 settembre in un ristorante di Cercola (Napoli), ai danni di un papà colpevole di aver avuto un diverbio con il genitore di un altro bambino sull’uso delle giostrine del locale.
Quest’ultima è un’azione camorristica e la camorra è una piaga antica, d’accordo, ma le altre azioni di stampo criminale, così ravvicinate nel tempo, sono il sintomo di un malessere sociale e di una crisi dei valori che sta dilaniando la Penisola da Nord a Sud.
Alcuni sostengono che le modalità dei gesti siano diverse (e non è neanche del tutto vero) e che essi non siano collegati tra loro, ma sbagliano di grosso.
Questa dilagante, feroce violenza nasce dall’insicurezza che pervade la vita di tutti noi, dal “si salvi chi può” che sembra essere diventato il motto più diffuso, anche se non pronunciato apertamente, tra le persone.
La crisi economica che questo governo ha prima negato e poi, quand’era ormai impossibile negarla, affrontato con misure insufficienti, è il male dal quale derivano tutti gli altri mali: l’egoismo, l’individualismo, l’indifferenza verso le esigenze del prossimo, l’istinto primordiale e ferino di issarsi sulle spalle altrui pur di non finire sott’acqua.
Non sorprende nemmeno, se si ha un minimo di conoscenza storica, il fatto che in un simile scenario prevalgano i partiti di destra e, soprattutto, di estrema destra un po’ ovunque.
Il guaio non è mica solo italiano, è europeo, mondiale. Si sta verificando, sia pure in tutt’altre forme, ciò che si verificò in Europa dopo il primo conflitto mondiale, quando la crisi economica, l’instabilità e il malessere sociale favorirono l’ascesa del fascismo in Italia, del nazismo in Germania, del franchismo in Spagna e del salazarismo in Portogallo.
Come sosteneva Indro Montanelli, le democrazie non vengono mai uccise, piuttosto si suicidano e poi arriva qualcuno che le seppellisce.
Secondo me le democrazie non si suicidano spontaneamente; diciamo che vengono indotte al suicidio dal popolo stesso che, spaventato, disilluso, insoddisfatto e privo di prospettive, invoca l’avvento dell’“uomo forte”, di “quello che ci pensa” o, per dirla con il Presidente del Consiglio, del “ghe pensi mi”.
Non è un caso neppure che – dati riportati da Ilvo Diamanti (“la Repubblica”, 11 ottobre 2010) – il Tg1 di Minzolini abbia dedicato, nel primo semestre del 2010, ben il 10,8 per cento delle notizie (431) a fatti criminali, contro il 7,7 di BBC One in Gran Bretagna, il 4,2 di TVE in Spagna, il 4 di France 2 in Francia e l’1,8 di ARD in Germania. E qui torna la domanda che mi è stata posta: si tratta di semplice irresponsabilità (considerando il contesto, chiamiamolo diritto di cronaca) o di una precisa strategia?
Possibile che gli italiani siano così assetati di sangue e di dettagli morbosi, mentre i tedeschi vivono felici e contenti senza?
Domenica pomeriggio ho fatto zapping tra vari canali e dovunque, a parte “In mezz’ora” della Annunziata, si parlava del delitto di Sarah Scazzi. Ora, per carità, è giusto seguire gli sviluppi di una vicenda che sta tenendo col fiato sospeso una larga parte del Paese, ma bisogna anche porsi dei limiti dettati dal buongusto e rispettarli. È disdicevole questo assedio senza tregua ad una famiglia sconvolta da un duplice, o forse addirittura triplice (nel caso in cui fosse accertata la partecipazione o, comunque, la complicità di Sabrina Misseri all’omicidio della cugina) dolore. Come sono insopportabili gli “agguati” tesi agli avvocati della famiglia Misseri o le inquadrature di striscioni che chiedono la pena di morte per il responsabile di questo gesto barbaro.
Altrettanto intollerabili sono, a mio giudizio, le perenni interviste ai familiari delle vittime, come nel caso dell’infermiera rumena: ma cosa volete che vi dicano, gentili colleghi? Ma ve lo immaginate il fratello di una povera crista, morta in circostanze tanto assurde, che spende parole di perdono nei confronti dell’assassino di sua sorella? A cosa serve tutto questo, se non a vellicare gli istinti più beceri, più primitivi che si annidano in ognuno di noi e che la società dovrebbe educare anziché istigarli.
Seguendo con attenzione alcuni telegiornali e alcune trasmissioni di approfondimento, si ha come l’impressione che certi giornalisti, pur non essendo degli sprovveduti, si tuffino a pesce sulla notizia macabra, sapendo che questa scelta farà schizzare l’audience dei loro programmi.
È lecito sacrificare la dignità, il rispetto e la sincera partecipazione ai drammi altrui sull’altare dell’audience? È deontologicamente corretto? Per me no, e non è necessario perdersi in inutili chiacchiere o affidarsi al sensazionalismo per trattare argomenti di cronaca che devono essere affrontati con dovizia di particolari ma, al tempo stesso, con quel garbo che è d’obbligo quando c’è di mezzo la vita umana.
Anche noi, in questa rubrica, ci siamo occupati della morte di Sarah, dell’infermiera rumena e di tutti gli altri casi tragici che hanno segnato la scorsa settimana, ma lo abbiamo fatto alla nostra maniera, cercando di inquadrarli in un contesto più ampio, senza tralasciare l’analisi sociale, rispondendo con i fatti a chi, alle volte, pare non rendersi conto dell’inopportunità delle sue parole.
Non è un’autocelebrazione, ci mancherebbe altro! Ci limitiamo a prendere atto di ciò che pochi hanno il coraggio di dire e quasi tutti tacciono per acquiescenza verso il governo: se non si varano misure immediate per rimettere l’Italia in carreggiata, c’è il rischio che prima o poi la situazione diventi incontrollabile, e le persone che ritengono di non aver più niente da perdere sono difficili da tenere a freno.
Da persone responsabili, auguriamoci che nessuno perda la testa, ma ci sentiamo in dover di far presente all’esecutivo che un padre di famiglia che ha perso il lavoro e non ne trova un altro, non sapendo come dare da mangiare ai propri figli, potrebbe anche essere tentato dall’idea di andare a rubare e addio sicurezza, addio solidarietà, addio senso civico.
Rubare è sempre sbagliato, lo dicono anche i Dieci Comandamenti, e chi ruba dev’essere punito in base a quanto ha rubato, oltre che condannato a risarcire il danno.
Ma voi, se foste il giudice chiamato a pronunciare la sentenza nei confronti di quest’ipotetico (e auspichiamo mai reale) padre di famiglia, non pensereste neanche per un istante che al posto suo avreste fatto la stessa cosa?

Roberto Bertoni

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