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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Verso un Paese normale
Verso un Paese normale

Qualche giorno fa, incuriosito dalla costituzione ufficiale di Futuro e Libertà per l’Italia (FLI), il nuovo soggetto politico fondato da Gianfranco Fini, sono andato in edicola e ho chiesto senza remore al mio amico giornalaio: “Dammi anche il ‘Secolo d’Italia’”. Lui non ha aperto bocca e me l’ha dato ma non occorreva un interprete per capire che fosse sbalordito dalla richiesta.
Un fatto analogo mi era capitato quest’estate, a Perugia, quando Berlusconi aveva cacciato in malo modo Fini dal partito che il presidente della Camera aveva contribuito a fondare e io non avevo resistito alla curiosità di sentire cosa ne pensasse il quotidiano a lui più vicino. Anche in quell’occasione, l’edicolante mi aveva guardato strano; e poverino c’è da capirlo! Prima del “Secolo”, infatti, gli avevo chiesto “l’Unità”, “la Repubblica” e “il Fatto Quotidiano”: “Ma questo da che parte sta?” si sarà domandato.
Da che parte sto è noto anche ai muri e di come voto e di come la penso non ne ho mai fatto mistero; anzi, dirò di più: non mi piacciono quei commentatori che si nascondono, che negano ad oltranza le proprie idee, che si spacciano per “terzisti” (definizione, peraltro, orribile) quando in realtà sono i più schierati di tutti. Io sono per la chiarezza e, quando leggo un articolo, mi piace sapere come la pensa chi scrive e, se a lui non dispiace, anche per chi vota. Qualcuno dirà: ma che importa? Fatti gli affari tuoi! Ma come ti permetti? Mi permetto eccome, perché solo un Paese berlusconizzato come il nostro può accettare l’assurdità che essere schierati da una parte significhi per forza essere faziosi.
Sosteneva Antonio Gramsci: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”. E partigiano, che piaccia o meno al Presidente del Consiglio, vuol dire “di parte”; e Gramsci una parte altroché se ce l’aveva, ci ha rimesso pure la vita per difendere le proprie idee.
Prendete, ad esempio, Marco Travaglio, uno dei giornalisti più autorevoli e indipendenti nel panorama della stampa italiana: Travaglio ha dichiarato pubblicamente di votare per l’Italia dei Valori ma, quando non è stato d’accordo con le posizioni assunte da Di Pietro, non gliele ha certo mandate a dire, com’è nel suo stile.
Che ci vogliamo inventare, che Travaglio è il portavoce dell’IDV? Travaglio è un cronista serio, che svolge bene il suo lavoro, non fa sconti a nessuno ma, al tempo stesso, non si vergogna delle proprie opinioni e le esprime liberamente.
Ho fatto questa premessa perché conosco molto bene la “Macchina della semplificazione” berlusconiana, una semplificazione che ormai viene spontanea a molti: Fini è in contrasto con Berlusconi, dunque è diventato di sinistra, se non addirittura comunista; Bertoni ha acquistato il “Secolo”, dunque è diventato finiano.
Nossignore: Fini era e rimane orgogliosamente un uomo di destra, io ero e rimango orgogliosamente un uomo di sinistra. Tuttavia, una cosa ci accomuna, la più importante di tutte: l’assoluto rispetto per la democrazia e per le sue istituzioni, oggi screditate.
In questi mesi, credo di essere tra i pochi che non si sono occupati della casa di Montecarlo: non me ne importa assolutamente nulla e confido nell’autorevolezza della magistratura per far luce su questa vicenda. Così come, credo di essere tra i pochi che lo scorso anno non si sono occupati delle escort di Berlusconi: non perché non ci fosse la notizia, la notizia c’era ed era anche bella sostanziosa, ma perché mi illudo ancora di poter giudicare gli esponenti politici sulla base di ciò che fanno in concreto e non in merito alle loro questioni personali.
Berlusconi non mi è mai piaciuto e non ne ho certo fatto mistero: se oggi – come sostiene Dario Franceschini – siamo all’“emergenza democratica” la colpa di sicuro non è ascrivibile alle cosiddette “toghe rosse”.
Di Fini, in passato non mi è piaciuto quasi niente; oggi apprezzo la sua sincera svolta, il suo coraggio di staccare la spina al berlusconismo, la sua umanità nel chiedere scusa per gli errori commessi in passato, su tutti il voto favorevole alla “legge porcata” che adesso è in prima fila per cambiare. Magari un giorno Fini risponderà con un video pure agli interrogativi su ciò che accadde al G8 di Genova, quando lui era vicepremier e si trovava nella sala operativa della Questura, cioè in un luogo dov’era ben facile sapere cosa stesse avvenendo e, soprattutto, perché siano avvenute certe tragedie che in quei giorni fornirono dell’Italia un’immagine da dittatura sudamericana anni Settanta anziché da democrazia occidentale. Ma c’è tempo e non ci sembra il caso di porre un nuovo ostacolo su questo cammino verso una piena presa di coscienza degli sbagli commessi (non pochi, a nostro modesto giudizio) e verso una destra finalmente moderna, europea e liberale.
Leggendo il “Secolo” di mercoledì 6 ottobre, ho formulato la seguente riflessione: il Partito Democratico è nato per consentire a chi è di sinistra di avere una comune casa progressista e riformista e a chi è di destra e non si riconoscerà mai in un partito di centrosinistra di provare ad affrancarsi dal monopolio del Cavaliere.
Il processo non si è ancora compiuto e, senza dubbio, incontrerà ancora innumerevoli barriere lungo il percorso, ma la strada imboccata è quella giusta e il fatto che la frattura tra Fini e Berlusconi sia insanabile dona fiducia a tutti quegli italiani che non vengono più a votare in quanto stufi di questo continuo gracidare sull’aria fritta, di questo perenne referendum pro o contro Berlusconi.
Sentite cosa scrive una delle persone migliori dell’entourage di Fini, la politologa Sofia Ventura: “Negli ultimi sedici anni, gli anni della cosiddetta Seconda Repubblica, anni di una infinita transizione che sembra essersi tramutata in una instabilità istituzionalizzata, la destra è di fatto venuta a coincidere con Berlusconi e con il berlusconismo. L’iniziale promessa di una “rivoluzione liberale” si è arenata nelle secche di una politica priva di coraggio e di visione, in forme di esercizio del potere oscillanti tra cedevolezza e arroganza, incapaci di nutrirsi di quella competizione tra idee che dovrebbe costituire il valore aggiunto di ogni democrazia liberale. Oggi la galassia finiana e la sua espressione più esplicitamente politica, Futuro e Libertà, si trovano di fronte a questo fallimento e con l’onere di ridare forma a una destra più simile a quella delle altre grandi democrazie europee e che sia in grado di porsi come uno dei due poli di un sistema politico funzionante”. Ora, o siamo diventati tutti finiani o bisogna ammettere che si può essere pienamente d’accordo con gli avversari sui punti cardine della democrazia.
Quando la Ventura smaschera la promessa “rivoluzione liberale” di Berlusconi e la definisce per quel che è (“una politica priva di coraggio e di visione” che si esprime “in forme di esercizio del potere oscillanti tra cedevolezza e arroganza, incapaci di nutrirsi di quella competizione tra idee che dovrebbe costituire il valore aggiunto di ogni democrazia liberale”), dice né più e né meno che quello che noi diciamo da quando il Sire di Arcore è apparso sulla scena politica.
Se in Germania la Merkel affermasse: “Hitler era un barbaro criminale e il nazismo è stata una delle ideologie più bieche e aberranti del Ventesimo secolo”, i tedeschi commenterebbero: “E che avrà detto mai di così importante? È ovvio!”.
Se invece Fini definisce il fascismo un “male assoluto”, subito qualcuno scatta sull’attenti: “Sarà mica diventato di sinistra?”, come se condannare Mussolini e il suo squallido regime dovesse essere appannaggio di una sola parte politica.
Certo, se pensiamo che la destra italiana si identifica anche in personaggi come Storace e Ciarrapico, è lecito scambiare Fini per un Berlinguer redivivo e aspettarsi che scenda in piazza cantando l’Internazionale, peraltro elogiata dall’ex comunista Bondi a “Crozza Italia”: “Quando ascolto l' Internazionale Socialista ancora mi commuovo”.
In un Paese normale, se un uomo di destra elogiasse gli eroi e i simboli della Resistenza da cui è nata la nostra Costituzione o rivedesse le proprie posizioni in merito al Sessantotto, non susciterebbe alcuno scalpore. Come non desta alcun allarme a sinistra – e su questo fatemi rivendicare di avere mille difetti ma di essere notevolmente più avanti rispetto ai nostri avversari – il fatto che qualcuno elogi la straordinaria figura di Paolo Borsellino.
Sapete cosa disse Fini sul Sessantotto? Dichiarò: “La destra, nel 1968, ha perso un’occasione. Ci schierammo con baroni e parrucconi mentre i giovani andavano da un’altra parte, appunto verso il futuro”.
E sapete qual’era il titolo d’apertura del “Secolo” di mercoledì 6 ottobre? “Veloci verso la destra del futuro”.
E noi, di fronte a questa svolta che, con un pizzico di retorica, possiamo definire “epocale” cosa dovremmo fare? Proporre improbabili alleanze con Fini che andrebbero bene solo per cambiare insieme la legge elettorale e tornare alle urne? Oppure arroccarsi su posizioni estremamente antiquate, del tipo: “I fascisti sono nati fascisti e tali moriranno”. Non sarebbe più semplice, ed anche più costruttivo, prendere atto che finalmente abbiamo anche in Italia una destra seria e responsabile, composta da persone capaci e pulite che non la pensano come noi ma hanno comunque degli ideali e non intendono la politica solo come una corsa alla poltrona? Non è quello che tutti noi abbiamo sognato in questi sedici, lunghissimi anni? Non è uno dei motivi che ci ha indotto a scommettere nel Partito Democratico?
Scriveva Enzo Biagi, uomo non certo di destra: “Fa una triste impressione questo spirito intollerante e induce a guardare al futuro con qualche preoccupazione. Sono sempre meno quelli disposti a difendere il diritto di esprimere un’idea, anche se è contraria alla nostra, o a considerare intelligenti quelli che non la pensano come noi”. Era il 1996: chissà cosa scriverebbe oggi Enzo?
A lui, leggendo quest’articolo, sarebbe senz’altro venuta in mente una fine ironia delle sue; ma non potendocela più comunicare direttamente, cerchiamo d’interpretarla: “Se a volere un Paese normale siete almeno in due, può essere che sia la volta buona”.

Roberto Bertoni

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