di Paolo Mirti
“Nelle corse dei cavalli handicap è il peso che veniva appioppato ai cavalli più veloci per equilibrare la gara. Era uno strumento di eguaglianza che consentiva ai cavalli peggiori di avere le stesse probabilità di vincere del cavallo migliore. Eh già, proprio il cavallo migliore, quello di razza, era HANDICAPPATO!. A questo punto mi sembra opportuno sottolineare il fatto che, se proprio non riuscite a starmi dietro,cazzi vostri”.
Poche cose come questo libro di David Anzalone (Handicappato e Carogna edito da Mondadori e scritto insieme ad Alessandro Castriota) riescono a travolgere tutti i tabù sull’handicap, compresi quelli nobilitati dal politicamente corretto.
Scorrendo questa autobiografia di David Anzalone detto Zanza, trentaduenne di Senigallia spastico sin dalla nascita, tutti i pietismi senza pietas e plateali discriminazioni dei quali è costellata la vita di un portatore d’handicap vengono impietosamente analizzati attraverso la lente di un umorismo lucido e graffiante. Tutti i personaggi reali nei quali ci si imbatte nel libro appaiono goffi e inadeguati, e l’autore assiste quasi divertito a questo loro annaspare.
Così la maestra che accoglie incredula durante il primo giorno di scuola questo bambino tutto storto,dall’equilibrio precario e dall’accento un po’ straniero, condannandolo ad avere come compagno di banco un termosifone. Oppure l’insegnante di sostegno che si avvicina a lui “drogata di cingomme” e che comincia fare spelling, scandendo le parole come si trovasse alle prese con un sordomuto. O magari come quel vecchietto di un paesino marchigiano che, di fronte all’handicap di Zanza bambino, gli chiede “ Ma non è che per caso si attacca?” “No tranquillo fu la risposta del bimbo- solo se sputo”.
Non c’è rabbia né indulgenza nel racconto di Anzalone . Al contrario traspare una certa fierezza, quasi un orgoglio nel ribadire comunque una propria identità, dal momento che “bisogna chiarire subito che non siamo uguali nemmeno tra di noi, figurarsi se possiamo essere uguali ai normali. Ma io non solo non sono normale ma proprio non ci tengo ad esserlo”.
Anzalone si diverte a sovvertire il luogo comune che vorrebbe l’handicappato sfortunato sì, ma intimamente buono e puro. Ed invece le cose non stanno affatto così.
Zanza che beve avidamente whisky da una cannuccia, strumento per lui salvifico e che lo mette al riparo dagli effetti svuota bicchieri di quegli scatti incontrollati tipici di uno spastico (“ la cannuccia è il vero strumento di libertà altro che il computer”).
Zanza che progetta di sfruttare biecamente il suo naturale incedere barcollante per toccare il culo ad una ragazza, perché” per me le donne sono come le Olimpiadi: ce n’è una ogni quattro anni. E vi confesso che certi anni non ho superato neanche le qualificazioni”.
Zanza che punisce lo zelo indagatore della Commissione Medica per la pensione di invalidità che, nel tentativo di valutare il suo grado di autosufficienza, lo interroga indicandogli una penna: “ E tu cosa faresti con questa?” “ A volte-fu la sua risposta- mi ci scaccolo pure”.
Poi l’incontro decisivo con il teatro comico,” perché- spiega- non potevo essere solo l’oggetto passivo del ridere altrui, ma dovevo diventarne il protagonista. Dopo tanti comici handicappati, finalmente un handicappato comico”.
Ed è allora che il padre l’affronta turbato:” Figlio mio, passi che sei handicappato tanto hai la pensione d’invalidità..cazzi tuoi! Passi pure che vuoi fare l’artista: usa il nome d’arte e la famiglia è salva. Ma, porca troia, mi sei diventato anche comunista. E allora fatti pure gay così hai fatto l’en plein”.
Insomma un libro che ti emoziona e ti travolge, dove quelle braccia di Zanza che salutano l’uomo invisibile,gesti incontrollati della sua danza ad handicap, diventano qualcosa di diverso, quasi un ammiccare ad un misterioso altrove nel quale raccontare i propri sentimenti attraverso lo sberleffo di una risata.
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