Di Marco Zabai*
Giugno, la scuola finisce e si tirano le somme su come si è svolto l'anno scolastico appena passato, tra medie, contro medie, ansie e rassicurazioni. C'è dunque chi già pregusta le lunghe vacanze estive e chi invece, rassegnato, rimane con "giudizio sospeso", dovendo frequentare i corsi di recupero e le rispettive prove finali.
Il corso di recupero è uno strumento, facoltativo e gratuito, che la scuola offre agli studenti che hanno contratto uno o più debiti formativi durante l'anno, che rappresenta un'alternativa allo "studio individuale" o alle costose ripetizioni private. Uno strumento insomma che dovrebbe essere d'aiuto agli studenti per individuare le proprie lacune e provare a sanarle.
L'efficacia dei corsi è stata più volte messa in discussione, sia perché a volte sono tenuti da quegli stessi professori che avevano attribuito l'insufficienza allo studente, sia perché ciò che si deve recuperare non può essere completamente affrontato nel numero di ore assegnato al corso. E' da sottolineare, tuttavia, come la necessità della loro presenza sia stata unanimemente riconosciuta.
L'organizzazione dei corsi è obbligatoria e varia a seconda della scuola (si va dalla settimana di sospensione didattica per i corsi, alle lezioni pomeridiane, etc). Il costo di questi viene sostenuto dal Ministero tramite finanziamento.
Gli ingenti tagli perpetrati alla scuola pubblica dal governo Berlusconi, nella figura dei ministri Gelmini e Tremonti, hanno colpito fin da subito questo importante strumento.
Da un giorno all'altro, le scuole si sono ritrovate a dover far fronte a delle spese molto ingenti, senza un minimo sussidio da parte dello Stato, dovendo attingere alle proprie risorse, già esigue, per riparare al mancato finanziamento e far sì che i corsi si tenessero lo stesso.
Questa situazione è durata poco. Non potendo più sostenere queste spese, molte scuole hanno sospeso i corsi di recupero, lasciando agli studenti l'unica possibilità rimasta: sostenere privatamente il recupero delle materie insufficienti. E' il caso ad esempio dell' IPSCT Besta di Treviso.
In altri casi, i presidi per rimediare hanno "tassato" le famiglie, arrivando a chiedere fino a 100 euro per ogni materia da recuperare, come all'Istituto Mattei di Conselve, all'ITIS Rossi di Vicenza, all'Istituto Fermi di Verona. La gratuità dei corsi è stata dunque spazzata via.
Si sta poi ravvisando, con le disposizioni degli ultimi Consigli di Istituto, un generale aumento dei contributi volontari d'iscrizione alle scuole, meglio conosciuti come "tasse scolastiche d'ingresso", a volte addirittura raddoppiati rispetto agli anni precedenti.
Tutto ciò nella totale indifferenza del Ministro, che se da un lato ha condannato la richiesta di indennizzi alle famiglie, dall'altro non ha mosso un dito per sbloccare i fondi necessari al sostentamento delle scuole.
Quella che si è venuta a creare è una scuola che di pubblico ha solo il nome, una scuola pubblica di facciata, costretta ogni giorno che passa a fare i salti mortali per permettere che l'intero sistema dell'istruzione nel nostro paese non crolli.
La progressiva svendita, accompagnata da una privatizzazione strisciante, è diventata l'ordinaria prassi politica del Governo, portando le scuole del nostro Paese vicine al collasso. Si ricordi la proposta shock del preside del Liceo Keplero di Roma di bocciare o promuovere tutti gli studenti che avessero contratto un debito.
Quanto potrà durare una situazione del genere? Quanti sacrifici alle famiglie potranno arrivare a chiedere le scuole pubbliche italiane? Quanto tempo passerà prima che le fasce più povere della popolazione preferiscano tenere a casa i propri figli, piuttosto che pagare cifre sempre più consistenti per mandarli a scuola? Ci stiamo avvicinando sempre di più a una scuola elitaria e classista, dove chi resta indietro viene abbandonato a se stesso.
La responsabilità che questo Governo si sta prendendo è gravissima. E' una responsabilità di fronte ad una intera generazione. Noi questo ce lo ricorderemo.
*Rete degli studenti Veneto
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