Intervista a Laith Mushtaq (Al Jazeera)*
Al Festival del Giornalismo Internazionale di Perugia abbiamo conosciuto Laith Mushtaq, iracheno, inviato per Al Jazeera dal 2003. E' stato in Qatar, Afghanistan, Iraq e in quasi tutta l'Africa. Durante l'attacco all'Iraq del 2003, che ha portato alla caduta di Saddam Hussein, è stato a Falluja, dove ha seguito come uno dei pochissimi giornalisti non embedded[1] i bombardamenti e l'assedio alla città. Gli abbiamo chiesto di raccontarci come è cambiata la vita in Iraq dopo la guerra del 2003.
*Di Martina Zaninelli e Giulia Tosoni
Abbiamo pensato di affrontare con te il tema delle condizioni di vita e di studio dei giovani in Iraq, prima della guerra del 2003. Com'era la situazione prima di questo conflitto e come è oggi?
La prima università statale è nata nel 1934, e quasi in ogni città c'è un ateneo. Negli anni '60-‘70 le università erano poste direttamente sotto il sistema governativo ed erano a libero accesso e completamente gratuite per tutti gli studenti, sia donne che uomini. L'unico altro Stato arabo con un sistema simile era la Siria. Negli anni '70 entrarono nelle casse dello Stato gli immensi proventi della nazionalizzazione del petrolio. Molti di questi sono stati investiti nell'istruzione, attraverso un programma nazionale di alfabetizzazione di massa, che ha coinvolto nelle città e nelle campagne persone di ogni fascia d'età. La mattina le scuole erano popolate dai bambini, la sera dagli anziani e dagli adulti.
Cosa è stato realizzato in quegli anni per l'istruzione superiore?
Lo Stato ha investito in quegli anni circa 250.000 dollari per ogni studente, con programmi di quattro anni di studio all'estero, nelle migliori università del mondo, a cui tutti potevano accedere, ottenendo i soldi per l'affitto della casa all'estero e una borsa mensile. Se lo studente era sposato, aveva diritto a portare con sé la moglie e lo Stato provvedeva anche al suo sostentamento. L'accesso all'occupazione era gestito direttamente dal Governo: allo studente che partiva, veniva assegnato un posto di lavoro al proprio ritorno.
Cosa ne è stato di tutto questo dopo la guerra del 2003?
Quello che noi abbiamo perso con la guerra del 2003 è anche questo: gli studenti. Alcuni sono rimasti uccisi, altri sono scappati all'estero arricchendo altre nazioni e impoverendo ulteriormente il paese che aveva investito per formarli. Molti hanno smesso di studiare. Oggi ci sono 4 milioni di studenti iracheni che non possono andare a scuola: la prossima generazione avrà 4 milioni di analfabeti.
In Iraq c'era un problema di democrazia, di mancanza di diritti, che riguardava il sistema politico, il regime, il nostro rapporto con il capo. Ma ovviamente la guerra ha causato distruzioni che hanno travolto completamente la nostra società. Inoltre, dopo l'attacco del 2003, è cominciata subito la guerra civile tra sciiti e sunniti: per questo, oggi molti sunniti non possono frequentare l'università perché vengono attaccati, e viceversa.
Oggi cosa sta facendo il governo iracheno per rimettere in piedi il sistema d'istruzione?
Un Paese senza stabilità politica non può nemmeno garantire un efficiente sistema formativo, mancano fondi, catene decisionali, possibilità di programmare il futuro. Noi abbiamo un "Governo della zona verde[2] ", che vive asserragliato in un solo quartiere, non gode di nessuna popolarità né credibilità. Sicuramente non è in grado di attuare riforme o piani di rilancio della formazione.
Gli studenti, da parte loro, in questo momento non sono in condizione di chiedere nulla: stanno uscendo dalla guerra civile e sembra già moltissimo che l'università esista e funzioni. Tutto è ancora controllato dalla politica, come durante il regime, ma la politica è nel caos più totale: abbiamo votato mesi fa e ancora non c'è un primo Ministro. Tutte le pratiche burocratiche si fermano e si perdono in attesa di una nuova organizzazione dello Stato.
Ci sono studenti che scelgono di fuggire, di andare all'estero?
Molti sognano di andare all'estero e ne avrebbero anche la possibilità economica. Purtroppo però il problema è ottenere il visto d'ingresso: l'Europa, ad esempio, quasi dappertutto ha leggi molto restrittive. Si può avere un permesso di soggiorno turistico, per due o tre mesi al massimo. Ma così non si può studiare, né lavorare. Per gli iracheni, in particolare, la loro provenienza è vista con sospetto e associata al rischio del terrorismo.
La guerra ha cambiato l'immagine che gli iracheni hanno dell'Europa e degli Stati Uniti?
Certamente: non gli Stati Uniti, ma 32 paesi hanno attaccato l'Iraq. 1.500.000 iracheni hanno perso la vita a causa di questa guerra dal 2003 a oggi. Alcuni episodi di brutale violenza dei militari occupanti hanno lasciato un segno profondo nell'opinione pubblica. I nostri media hanno parlato molto delle persone scese in piazza per la pace in tutto il mondo, permettendoci di separare meglio i governi dai popoli, ma la strada è ancora lunga. Prima di esportare la democrazia in altri paesi, servirebbe rafforzare la democrazia nel proprio. Dando l'esempio nel vostro Paese, gli altri Paese seguirebbero, senza la necessità di conflitti armati.
Al Jazeera ha svolto un ruolo molto importante, durante le guerre in Afghanistan e in Iraq, per rendere la nostra informazione più completa. L'informazione che riceviamo secondo te è completa?
Assolutamente no, non c'è dubbio su questo. L'Iraq in questo momento è anche un Paese difficile da comprendere, ci sono molti paesi in un solo paese. Però molti dei vostri media danno poco spazio ai racconti, spesso sembrano delle "premier-tv". Io penso che il giornalismo sia presentarsi davanti a un politico e sorprenderlo con le proprie domande. Infatti per molti politici arabi è un miraggio poter andare su Al Jazeera: i nostri giornalisti non possono fornire prima dell'intervista il foglio con le domande.
Non c'è dubbio che, rispetto a noi, avete una visione ancora molto eurocentrica, non solo nell'informazione, ma nella cultura. Noi abbiamo studiato Ghandi e Goethe, Shakespeare e Mandela, voi sapreste citare uno scrittore iracheno? E' necessario aprirsi: solo conoscendo le altre culture si possono comprendere gli altri.
Io considero un dovere come giornalista quello di condividere il mio sapere, le mie informazioni e le mie idee. L'informazione deve essere usata per fermare la visione degli altri come nemici. Dobbiamo essere i primi a portare avanti questa battaglia, per evitare che chi vuole costruire e mantenere l'immaginario dello straniero-nemico arrivi prima di noi. Dobbiamo creare dei ponti tra culture differenti. Siamo diversi, ma è come in una storia d'amore: il più bel giardino ha fiori di tutti i colori.
[1] Embedded: giornalista che segue gli eventi sotto la protezione dell'esercito, nelle retrovie delle truppe alle quali è integrato.
[2] l'unica considerata sicura a Baghdad, l'isolato dove vivono rinchiuse le istituzioni più importanti
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