di Bruna Iacopino
Ci sono realtà che è difficile raccontare e ancor più difficile far circolare. Realtà nascoste e ignorate dalla maggior parte dell’opinione pubblica mondiale e di cui si parla, come episodi di folclore, di scarso rilievo, onde evitare la messa in discussione di equilibri internazionali prestabiliti. Il cinema, l’immagine, il racconto in movimento ha la capacità di restituire il giusto spessore a questi mondi dimenticati e troppo lontani. Il documentario realizzato da Simone Bruno e Dado Carrilo ha l’onore e l’onere di raccontare una delle molteplici atrocità in questo secolo di barbarie. Falsos positivos, questo il titolo del film documentario di denuncia, già passato nelle sale cinematografiche italiane, ma solo all’interno di festival o rassegne specifiche e, riproposto nella serata di ieri nell’ambito del Tekfestival romano, pone il pubblico italiano di fronte a una vicenda che ha dell’assurdo ma che è lo specchio fedele di un mondo in profonda mutazione, le cui contraddizioni emergono nel modo a volte più atroce. Per chi non ha dimestichezza con le vicende e l’attualità dell’America latina il termine “Falsos positivos” non vuol dire assolutamente nulla. Per i colombiani, invece, la locuzione di recente conio, significa dolore, morte, violazione dei diritti umani.
Lo scandalo esplode nel paese e dilaga anche all’estero solo nel 2008, ma la pratica sembra essere in vigore da molto più tempo, una ventina d’anni, stando a documenti della Cia desecretati. I falsi positivi sono, molto semplicemente, comuni civili, contadini, magari, massacrati in spazi aperti,lontani da occhi indiscreti, e fatti passare come guerriglieri da parte dell’esercito, il tutto in cambio di una licenza, un avanzamento di carriera, un permesso… e sotto la spinta impressa dalle istituzioni, che attraverso una circolare, pubblica fino a un po’ di tempo addietro, divenuta segreta in seguito alle prime pressioni interne e internazionali, ha avallato e promosso crimini di tal fatta attraverso la promessa della “ricompensa in cambio del risultato” nell’ambito della lotta al terrorismo interno.
Il documentario traccia, con dovizia di particolari, tutto l’iter della vicenda seguendo, in diretta, tre casi specifici, lasciando parlare i famigliari delle vittime, gli esponenti politici, la società civile, gli attivisti per i diritti umani che nel corso degli anni hanno portato alla luce l’atroce risvolto della politica della “securidad” promossa dal presidente Uribe, e sottolineando la denuncia partita dall’alto Commissariato per i diritti umani dell’Onu e dalla stessa Corte penale internazionale. Sarebbero più di 1.600 i casi accertati, a cui si aggiungono le minacce e le intimidazioni rivolte a chi da tempo porta avanti la battaglia per la verità. Immagini strappate alla quotidianità mostrano un paese in cui la forbice tra ricchi e poveri è sempre più ampia, in cui la classe media è praticamente inesistente e i profughi interni ( chiara la denuncia di Chomsky che non risparmia dure critiche all’accondiscendenza, spinta fino alla pura complicità, marcata USA ) toccano cifre elevate quasi al pari di paesi come il Sudan. In una Colombia animata da un pluridecennale conflitto “ a bassa intensità” i giovani delle periferie e dei villaggi, i campesinos, risultano doppiamente vittime, di un’endemica povertà da una parte, delle politiche securitarie in salsa “uribista” dall’altra.
Corpi trattati come carne da macello, la stessa che si vede nei banchi del mercato all’inizio del documentario, e che hanno un prezzo, quello che viene corrisposto a chi decide di rendersi complice della mattanza tendendo il tranello mortale, per poi vantarsene al bar con gli amici. Uomini merci, in un mondo in cui tutto si vende e tutto si compra e che si ripropone, magari in forme diverse, un po’ ovunque, ivi compreso il ricco e democratico occidente, in nome di una classica e a dir poco scontata ragione superiore.
Sia essa ragion di stato o mero interesse economico.
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