L'Associated Press ha denunciato il 28 aprile l'uccisione di ben 6 giornalisti dall'inizio del 2010, e chiede alle istituzioni di impegnarsi nella ricerca dei colpevoli. Il governo nega ogni coinvolgimento, ma la dichiarata appartenenza politica delle vittime sembra indicare un'altra storia. Ripercorriamo rapidamente i fatti, a partire dalla notte del 28 giugno 2009.
Il carismatico e controverso presidente dell'Honduras, Manuel Zelaya, viene scortato all'aeroporto in pigiama dai più alti ufficiali dell'esercito nazionale: è un colpo di stato, il primo da molti anni nella regione. Il governo ad interim, capeggiato dall'imprenditore italiano Micheletti, si insedia immediatamente e proclama di aver agito nell'interesse del paese. I golpisti dichiarano che il referendum (non vincolante), chiesto da Zelaya per cambiare la costituzione e permettere a un presidente di essere eletto per un secondo mandato, è il segnale definitivo del lungamente paventato allineamento di Zelaya con la politica di Chavez.
Micheletti, forte dell'appoggio dell'élite imprenditoriale e militare, nonché del parere di incostituzionalità del referendum espresso dal massimo organo giuridico di Tegucigalpa, rifiuta di incontrare il presidente deposto per accordarsi su una soluzione pacifica, che permetta a Zelaya di tornare in carica fino alla fine del suo mandato (nov. 2009). Nonostante la condanna internazionale del golpe Micheletti usa il pugno duro con gli oppositori, chiudendo temporaneamente alcune radio e televisioni contrarie al governo. La popolazione sembra contraria al colpo di stato, insieme agli studenti si schierano molte comunità rurali, ma le manifestazioni sono disperse dalla polizia, un giovane contadino, due giornalisti ed un insegnante cadono sotto i colpi di pistola dell'esercito o di non meglio identificati sicari.
I sostenitori del golpe e di Zelaya si scambiano accuse di dittatura militare o Chavista, e a parte l'ovvia indifendibilità del colpo di stato queste opposte versioni alimentano la confusione intorno alle motivazioni dei golpisti ed alle responsabilità di Zelaya (lo stesso ambasciatore degli Stati Uniti, pur condannando il Golpe, ha la settimana scorsa indicato Zelaya e il suo referendum come le cause scatenanti del golpe). Ma come spesso accade sarà il diretto interessato a chiarire la questione, e così Micheletti, a luglio 2009, dichiara alla stampa:“Zelaya stava intraprendendo una pericolosa svolta a sinistra. Noi eravamo pronti ed abbiamo risposto in maniera rapida ed efficace”.
Le trattative continuano, ma alla fine il governo ad interim resterà in carica fino alle elezioni presidenziali di Novembre, in cui vince il candidato filo-golpista Porfirio “Pepe” Lobo.
Vista l'impopolarità del golpe tra la popolazione e la dura repressione nei mesi precedenti alle elezioni, alcuni potrebbero vederlo come un risultato sorprendente e incomprensibile. Ma la storia di questo piccolo e povero stato dell'America Latina è caratterizzata da instabilità interne ma anche esterne (ricordiamo come la violentissima guerriglia Contra del Nicaragua avesse in Honduras il proprio campo base). La guerriglia e i disastri economici che essa ha comportato per l'agricoltura e il benessere della popolazione è un ricordo ancora vivo nella testa degli Hondureni, e la mancanza di un governo forte è percepito da molti come il primo passo verso il caos. Possiamo quindi dire che il golpe, prova inconfutabile dell'intransigenza e violenza delle forze conservatrici, è anche alla base del successo elettorale di Porfirio Lobo in quanto ha dimostrato l'incapacità di Zelaya di rappresentare una guida forte e sicura per il suo paese.
Come ha giustamente osservato lo stesso Lobo alla conferenza annuale latino americana all'università di Miami, “il popolo ha votato per la pace. Il popolo non vuole contrapposizioni”.
Andrebbe aggiunto che lo hanno votato non solo in cambio della stabilità, ma anche della prosperità che ne dovrebbe conseguire. E non sembra proprio che il governo stia compiendo miracoli sul fronte economico, miracoli divenuti ancora più urgenti dopo i 4 mesi di sanzioni internazionali seguiti al colpo di stato; guardando ai ben 6 giornalisti uccisi dall'inizio dell'anno e alle continue denunce di violazioni dei diritti umani, verrebbe da dire che è troppo impegnato a reprimere i dissenzienti per occuparsi degli interessi dei contadini che lo hanno votato.
Insomma, quando si rinuncia alla libertà sulla base del proprio interesse, si può essere sicuri che la libertà ci verrà tolta, ma non che i nostri interessi saranno difesi.
Giulio D'Eramo - Londra
Stand up for Journalism
"Una stampa libera è alla base di una società trasparente e giusta". Parola del governo. Tedesco
In piazza per la libertà, contro i tagli e i bavagli. C'è la data, il 1 luglio
Da Mosca a Milano per Anna
Da oggi on line "Il Mondo di Annibale", la finestra sul mondo di Articolo 21
Nessuno tocchi Roberto Saviano
Too big to be sorry - Murdoch rimane, l'inchiesta prosegue
Egitto: caos e repressione. Il blogger continua lo sciopero della fame.
Monetizzare la rete: il sogno di Murdoch deve aspettare
Le cause dello Scandalo Murdoch: trasparenza? No, Competizione.
Propaganda Internazionale – giornalisti francesi pagati da Ben-Ali
Haiti = Italia, giornalisti vs direttore. RSF: ”par condicio in TV pubblica e' principio fondamentale democrazia”.
Tunisia: nuove libertà, vecchi apparati. I problemi dei media nel post-rivoluzione
Turchia - Il Silenzio del potere: record mondiale di giornalisti in prigione? Il caso gladio nel XXI secolo
Sri Lanka: il governo apre la caccia alle pornostar. E Al-Jazeera trasmette le foto del massacro di Tamil
Messico: sconfitta della stampa, ascesa dei NarcoMedia



