Tra le principali fucine culturali che hanno segnato la storia del Novecento italiano, un posto d’onore spetta senz’altro al quotidiano milanese che a metà degli anni cinquanta ha segnato una svolta nel giornalismo nazionale: «Il Giorno». Fondato a Milano nel 1956, il quotidiano voluto da Enrico Mattei, presidente dell’Eni, si presentò sin da subito come «rivoluzionario» tanto nella grafica che nei contenuti. Il successo e la capacità di penetrazione dell’opinione pubblica furono immediati, specie fra le giovani generazioni. E tra i giornalisti più rappresentativi del «Giorno», si formò e poi affermò Vittorio Emiliani, che dopo più di trent’anni ne ripercorre in queste pagine la storia entusiasmante, incalzante, ricca di retroscena e di personaggi romanzeschi; dapprima l’ascesa, con Gaetano Baldacci, poi con Italo Pietra, in parallelo con il primo «miracolo italiano», con la svolta di centro-sinistra e con il ruolo strategico dell’industria di Stato. E poi la storia amarissima dello stravolgimento e del declino della testata a partire dal 1972, con la direzione di Gaetano Afeltra; sono gli anni della lotta tenace, prolungata, dei redattori per salvare qualità e originalità del quotidiano, lasciato impoverire da un’impresa pubblica sempre più soggetta ai partiti di governo e sempre meno innovativa, e sono anche gli anni della diaspora di firme e talenti. Ne viene fuori una sorta di romanzo storico di un ventennio, lo spaccato conflittuale di un’Italia allora ricca di slancio, di speranza, di forza politica e sindacale. Anche nei giornali.
Vittorio Emiliani
Orfani e bastardi
Milano e l'Italia viste dal «Giorno»
2009, pp. XIV-324, rilegato, € 23,90
Un capitolo di “Orfani e bastardi. Milano e l’Italia viste dal Giorno” di Vittorio Emiliani, editore Donzelli
Con Afeltra è scontro continuo
Focella polemizza? Se ne vada
Vado, ogni tanto, a trovare Italo Pietra al Mulino del Conte nella verde Valle Staffora, prima di Varzi, sull’Appennino. Un giorno d’inverno - l’aria è tersa e il cielo sembra di vetro azzurrissimo - facciamo una lunga passeggiata fino a Varzi, repubblica partigiana nel ‘44. Lui suona all’Albergo Corona, da Chiappano. Il ristorante è chiuso per turno. Ci fanno entrare accoglienti. Pranzeremo in una grande cucina con la famiglia: agnolotti al ragù, sanguinacci con le cipolle, tanto per stare leggeri, e Bonarda generosamente dispensata. Meno male che torniamo giù a piedi per qualche chilometro lungo lo Staffora, sino al Mulino.
Passiamo il pomeriggio a chiacchierare fra i suoi molti libri, fra i quadri dei pittori che ama. A un certo punto Italo accenna con lo sguardo e con la mano all’apparecchio telefonico. Ha uno dei suoi sornisi amari: «Vedi? Non squilla. Non chiama nessuno». Me ne vado col magone.
Eppure la redazione a Milano resiste. Ad ogni anniversario della morte di Giuseppe Pinelli ha preso l’abitudine di pubblicare un necrologio molto sobrio dedicato “a Pino Pinelli, morto nella Questura di Milano”, con tutte le firme dei redattori che si vogliono associare (quasi tutti in verità). Non vuol essere una polemica verso Calabresi o qualche altro. Ve n’è per il mistero che continua a circondare quella scomparsa in Questura e l’intera strage di piazza Fontana. E’ una sorta di “memento” politico, all’interno e all’esterno. Agli occhi di Afeltra, invece, il necrologio della redazione, regolarmente pagato, appare subito come una provocazione politica. Giorni prima ci ha riferito – come fa di solito in certi momenti di pausa dei nostri incontri sindacali – la frase di un suo vecchio amico antifascista napoletano incontrato in via Manzoni, all’Hotel Continental dove si reca ogni giorno: “Aitàne, Gaetano, sai che ti dico? L’ordine! Da qualunque parte venga, a questo punto!”
“Un reazionario di ferro”, avevamo commentato.
“Como, como? Un antifascista, un vero antifascista”, aveva reagito lui indignato.
“Una volta magari…”
Lì per lì il direttore rifiuta di pubblicare quel necrologio redazionale a pagamento con un centinaio di firme sotto. Sostiene che è improprio e inopportuno. Minacciamo un'altra giornata di sciopero e allora si rassegna. Tuttavia, in una dichiarazione rilasciata all’Ansa, Afeltra si rifà assimilando la redazione del Giorno alla sinistra estrema, ben al di là delle posizioni, dice, di Riccardo Lombardi che per lui dev’essere il massimo dell’estremismo.
Un’altra sua fissazione in quelle settimane è rappresentata dal fermo preventivo di polizia.
“Se c’è un tizio sotto le mie finestre che passeggia tutti i giorni avanti e indietro, io non lo posso far fermare dalla polizia?”
“Beh, se non fa nulla di male, no, non può”.
“Non posso fare niente, quindi, magari, chissà, vuole importunare mia figlia…”
“Può segnalare la cosa con discrezione, chiedere un controllo. Ma il fermo preventivo di polizia è ben altra cosa”.
Non si dà pace e a collaboratori esterni fa scrivere in proposito alcuni articoli allusivi che noi gli contestiamo. Come gli contestiamo la nomina – di cui abbiamo saputo con imbarazzo quando si è presentato in azienda – di un consulente grafico per “vestire” finalmente in modo coerente il sospirato nuovo <<Giorno>>. Fra l’altro si tratta proprio del “Trevi”, quel Giuseppe Trevisani, uno dei più bravi, il cui progetto è stato all’origine del primo Giorno nel 1956 e poi del <<Manifesto>>. A lui dobbiamo dire che sbaglia ad accettare, quasi da clandestino, quell’incarico strategico. In realtà poi ad Afeltra le sue prove grafiche non piaceranno. Come non gli piaceranno quelle di un grande grafico inglese e le altre approntate dalla redazione del nostro giornale, composta da validi professionisti (per anni e anni eravamo stati il solo giornale “disegnato” in Italia), presentate per conto di tutti da Nardo Aramini. Non gli piace nessun progetto e non riesce a spiegare quale voglia, quale sia il suo. Sostiene che abbiamo preso noi un abbaglio sul ruolo del consulente grafico, sui suoi compiti, “molto modesti e a breve termine”. E poi basta con la “la perentorietà del tono e l’intimazione del tempo fissato entro cui risolvere le questioni per le quali la fretta e le pressioni possono essere soltanto stimoli dannosi”. In fondo, scrive, a mo’ di sfida, i nostri pareri sono “puramente consultivi”. Non tiene conto, evidentemente, che i mesi passano veloci e che dietro di noi è ormai schierata tutta la redazione.
Il 15 gennaio poi, in un’altra lettera, stavolta più lunga, ribadisce tutto questo accusandoci in sostanza di non avere il “calore” necessario “per una collaborazione leale e fattiva, più umana e meno burocratica”. Una questione di cuore, insomma. Quanto alla linea politica ripete solennemente “ancora una volta” che resta “profondamente antifascista, sinceramente democratica e socialmente progressista” (sottolineato nel testo). I programmi editoriali? Quelli “veri e propri sono solo nel normale sviluppo delle cose”. Annoto alcune espressioni colte al volo durante le riunioni della consulta dei delegati di servizio.
Mario Fossati (Sport): “State attenti, il direttore ha detto al consiglio di fabbrica, col quale dovete tenere i rapporti, che lui, qui, è circondato da nemici”.
Nardo Aramini (Grafici): “La redazione di Inchieste e Viaggi non c’è più, abbiamo dovuto fare noi il loro lavoro. Gli orari del direttore sono folli, perché devono essere anche quelli della redazione?
Antonio De Falco (Scienza e Tecnica, Medicina e Salute): “Quello che ha detto al consiglio di fabbrica il direttore lo dice in giro: qui nessuno fa niente, qui nessuno sa fare niente”.
Giorgio Susini (Fatti della vita): “Una volta la redazione aveva reazioni brucianti, ora bizantineggia. Le lettere non bastano. Quello che Afeltra ha detto ai tipografi è di una gravità enorme”.
Natalia Aspesi (inviati): “Non si può più andare avanti così. Noi per primi siamo scontenti del giornale: non è Annabella, o Eva Express, diciamolo chiaro.”
Il 20 gennaio 1973 si tiene l’assemblea dei redattori. Con tanta carne al fuoco. All’ordine del giorno, il diritto contrattuale (nei fatti negato) di esprimere “pareri preventivi” e di formulare “proposte sugli indirizzi tecnico-professionali”, sugli organici, sugli orari, su trasferimenti e licenziamenti; l’indispensabilità di avere finalmente notizia dei piani editoriali e quindi degli organici previsti; la normalizzazione degli orari di chiusura. Il dibattito, avendone discusso ampiamente e più volte, è piuttosto asciutto. In molti si chiedono: dove ci sta portando questa direzione, verso quali lettori, verso quale ruolo nel panorama editoriale? Si vuol parlare delle “trame nere” o soprattutto del nudo di un’attricetta? Si vuol confezionare un quotidiano simile ad un settimanale che non fa opinione se non in qualche salotto? Un tempo eravamo il quotidiano della borghesia democratica, un giornale diffuso fra i lavoratori, cosa stiamo diventando ora? Abbiamo il diritto di saperlo. La proposta di un altro giorno immediato di sciopero aziendale passa con un solo voto contrario.
Milano è entrata in un anno di ferro e di fuoco con tanti avvenimenti tragici che esigono di essere non soltanto raccontati ma pure indagati, inquadrati, interpretati. Fatti clamorosi che consentono al nuovo direttore di parare l’evidente calo di consensi nell’opinione democratica lavorando sulla cronaca con la lena e anche la fantasia che sa dispiegare: dieci, dodici, anche quattordici pagine per ogni fatto eclatante. L’anno nuovo gliene porta tanti. Quasi tutti milanesi.
Si comincia il 16 gennaio con l’irruzione delle Brigate Rosse (che molti di noi, diciamolo, rifiutano ancora di considerare di sinistra, “le sedicenti brigate rosse”, scriviamo) all’Unione Dirigenti Cattolici dove legano e imbavagliano un funzionario, portano via i registri dei soci e minacciano attentati. E’ di un anno prima l’analoga irruzione alla Sit-Siemens il cui dirigente, Idalgo Macchiarini, è stato legato, fotografato col simbolo delle Br sullo sfondo e la scritta minacciosa: “Niente resterà impunito – Colpirne uno per educarne cento – Tutto il potere al popolo armato”. Le Br non hanno ancora sparso sangue. Per ora compiono soltanto clamorosi blitz dimostrativi stile Robin Hood allargando i consensi nella fascia della protesta sociale.
La sera del 23 gennaio, all’uscita di una affollata e tesa assemblea politica tenuta dal Movimento alla Bocconi, la polizia carica violentemente i giovani. Poi, di fronte ad una reazione della folla, comincia improvvisamente a sparare.rimanee a terra ferito a morte un leader molto stimato degli studenti di sinistra, Roberto Franceschi, con uno strascico di doloroso sgomento e di polemiche roventi. Il 7 aprile si ferisce da solo, gravemente, il terrorista “nero” Nico Azzi maneggiando una bomba da lui fabbricata con la quale sta preparando un attentato. Il 12 aprile il prefetto Libero Mazza vieta una manifestazione del Msi “contro la violenza rossa”, ma un corteo di neofascisti si muove ugualmente verso piazza Tricolore dove deve parlare il capo della rivolta durata mesi a Reggio Calabria nel segno del “Boia chi molla”, Ciccio Franco. In testa figurano due deputati importanti del Msi, Franco Servello e Franco Petronio, e l’allora giovane Ignazio La Russa. La polizia cerca di opporsi, ci sono scontri violenti e una bomba, proveniente dal corteo missino, colpisce in pieno petto, uccidendolo, il giovane agente di Ps Antonio Marino. I responsabili dell’omicidio vengono ben presto individuati e arrestati: sono due estremisti di destra del gruppo “La Fenice” del noto Nico Azzi, Vittorio Loi, figlio del noto campione di pugilato Duilio (che uscirà distrutto dalla tragedia) e Maurizio Murelli. Il corteo neofascista ha barbaramente devastato tutto quello che ha incontrato sul suo cammino.
Il 17 maggio l’avvenimento più sanguinoso e oscuro: il sedicente anarchico (in realtà era già considerato un infiltrato) Gianfranco Bertoli lancia una bomba fra la folla dei passanti davanti alla Questura di Milano, in via Fetebenefratelli, provocando quattro morti e 46 feriti, alcuni gravi. Una scena orribile, di terrore e di morte. Presenta la A dell’anarchia tatuata sul braccio, ma nei circoli anarchici viene considerato un provocatore di destra. Chi ha mandato Bertoli a spargere sangue in quel luogo nevralgico? Lui sostiene che voleva colpire con la bomba il busto dedicato al commissario Calabresi. Altre polemiche roventi e altre accuse alla destra e ai servizi di cavalcare il terrorismo per destabilizzare la democrazia. Il 16 aprile, a Roma, un altro episodio agghiacciante: il fuoco viene appiccato a Primavalle alla casa del segretario della sezione di borgata “Giarabub” del Msi, il netturbino Mario Mattei. Muoiono soffocati e bruciati i due figli Virgilio di 22 anni e Stefano di 10, il maggiore impegnato in una formazione paramilitare (Volontari Nazionali). Rogo appiccato, come si saprà poi, da alcuni elementi della sinistra extraparlamentare, per la precisione di Potere Operaio, in seguito rifugiati all’estero, Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo.
Un crimine atroce. Che a sinistra si tenta di attribuire ad una faida interna alla destra estrema. Tesi insensata, riprodotta, un anno dopo, nel libro di Giulio Savelli “Collettivo Potere Operaio. Primavalle: incendio a porte chiuse”. Secondo l’autore, sono stati i servizi di Stato i quali tentavano così di bilanciare a sinistra l’attentato di destra contro l’agente Marino, ridando forza e credibilità al teorema degli “opposti estremismi”. Teorema sviluppato nel 1969 dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat in occasione della morte dell’agente Antonio Annarumma a Milano, colpito in fronte da un tubo Innocenti durante una violenta carica, il 19 novembre, in piazza Duomo. Sul terribile caso Mattei l’indagine interna di Potere Operaio, eseguita da Valerio Morucci già prossimo al passaggio in clandestinità, nelle Brigate Rosse, e quella, più incisiva, della magistratura accertano invece le responsabilità dei tre giovani di Potere Operaio, Lollo, Clavo e Grillo, poi fuggiti all’estero (dove sono rimasti, in pratica, da allora, il solo Lollo si farà due anni di carcere preventivo). Il tragico, insanguinato 1973 si chiude luttuosamente con la strage di Fiumicino perpetrata da un gruppo terroristico arabo, con ben 28 morti e numerosi feriti, senza però vittime italiane.
A quel punto il nostro giornale è già molto cambiato nel linguaggio, nella scelta dei temi, nell’approccio alla realtà: sempre più frequentemente escono pagine intere, per lo più commissionate alla fidata Dara Kotnik, dove vengono ospitati argomenti che noi, una volta, consideravamo da giornale femminile o scandalistico: per esempio il servizio su Jacqueline Kennedy – che ormai ha spodestato Maria Callas nel cuore, o nel portafoglio, di Aristotele Onassis - fotografata nuda sulla spiaggia di Skorpios, oppure le vicende rugiadose della povera Liz Taylor, fra un matrimonio e un divorzio, o anche le “prime” della Scala da noi sempre trattate, sino ad allora, con la penna brillante ma pungente di Pier Maria Paoletti e di Natalia Aspesi. In un anno di particolare sfarzo Italo Pietra aveva dedicato all’evento un fondo che Manlio Mariani, ex <<Giorno>>, passato a dirigere un bel mensile di opinione, <<Il Giornale della Lombardia>>, aveva definito da “severo abate longobardo” e che Arrigo Benedetti, direttore dell’<<Espresso>>, aveva molto lodato nel suo Diario Italiano (“Una volta lo si sarebbe detto <<da affissione>>”). In quel fine 1972 invece il servizio che la nostra cronaca ha elaborato, in chiave critica o ironica, sui preparativi del 7 dicembre scaligero negli ambienti della haute meneghina viene lasciato, senza appello, nel cassetto dal direttore. Al contrario nelle cronache del <<Giorno>> sul Sant’Ambreus scaligero si parla, in prima pagina, con tono ammirato di “platea splendida”, compiacendosene non poco. E’ quella, chiaramente, la Milano che seduce ancora e sempre “Gaetanino” Afeltra.
Sull’onda dei fatti clamorosi accaduti fra 1972 e 1973, il <<Giorno>>, che Pietra ha lasciato attorno alle 250.000 copie di media, sale tuttavia a 280.000 cavalcando una linea molto spostata a destra. Balzano ben più in alto però i suoi costi. Il disavanzo annuo – che per circa dodici anni è stato congelato alla cifra non lieve di 2 miliardi e mezzo di lire l’anno – vola rapidamente verso il raddoppio, livello altissimo nonostante l’aumento di circa 25-30.000 copie. Il nuovo direttore, oltre a tenere inutilizzata la grande rotativa a colori e i computer (e di questo i bilanci non parlano), ha ottenuto di acquistare tutta una nuova serie di caratteri (quei “bastoni” che a noi paiono tanto stonati) per la non modica spesa, allora, di 80 milioni di lire. Poi c’è il capitolo dei ritardi nelle chiusure, praticamente cronici. I capiredattori ne parlano con amarezza e sconcerto. Colpiscono soprattutto l’allungamento indiscriminato degli articoli, che snatura completamente la formula vincente del <<Giorno>> avvicinandolo al (vecchio) <<Corriere>> pre-Ottone, e, di conseguenza, l’imbastardimento di una grafica che non è né carne né pesce, né avanzata né passatista. Ogni volta che glielo facciamo rilevare, Afeltra tira fuori da un cassetto qualche vecchia copia dell’<<Informazione>> e ci ricorda il suo modello di giornalismo: uno dei più famosi e facondi inviati del <<Corriere>>, Orio Vergani, buttato da lui giù dal letto nottetempo in un albergo dei Pirenei, dove sta seguendo il Tour de France, e costretto a raccontare da lì, per cartelle e cartelle, la tragedia notturna del transatlantico “Andrea Doria” speronato da una nave scandinava in pieno Atlantico. Un servizio di pura immaginazione, di grande “colore” e leggibilità certamente, ma di pura fantasia evocativa. Proviamo a spiegargli che quel tipo di giornalismo è ormai lontano secoli, che con la televisione il modo di fare cronaca risulta radicalmente cambiato. E’ un dialogo fra sordi, noi ci sentiamo decisamente impantanati, ma il provvisorio incremento delle copie vendute del Giorno finisce per dare ragione a lui. O meglio, dietro di esso si trincera la proprietà dell’ENI: “Il giornale piace di più”, fanno sapere laconici.
D’altronde, la vera missione strategica di devitalizzare la linea di fondo del giornale è stata ormai compiuta e il resto – i sovraccosti, i ritardi, l’aumento del deficit, le disfunzioni organizzative, ecc. – passa decisamente in seconda linea. La redazione, in modo presso che unanime, si batte ancora con energia. Devo dire che sono ammirato della serenità e della tenacia con la quale si espongono i miei due compagni di avventura, Antonio Airò (il solo cognome che Afeltra non riesca a storpiare) e Giampiero Grecchi, redattori semplici e quindi ben più a rischio di ritorsioni di quanto non possa esserlo io inviato da più di quattro anni, con una certa considerazione nelle aziende del gruppo ENI per aver lavorato anni alla pagina economica e aver realizzato parecchi servizi sulla politica petrolifera e petrolchimica. “Emiliano è un uomo di fiducia aziendale,” specifica il nuovo direttore, aggiungendo però subito: “Ma io lo posso utilizzare poco perché è sempre impegnato col comitato di redazione…” In realtà, appena può, mi spedisce in giro per servizi anche rognosi, sperando così di avere di meno il nostro fiato sul collo.
Fra la redazione e la proprietà si frappone in quel frangente un collega, anzi, addirittura l’ex capo della redazione romana. Si tratta di Gianni Rocca. Torinese con fama di duro, partigiano di “Giustizia e Libertà” a 17-18 anni, quasi ragazzo, viene considerato (o dice di considerarsi) comunista e però ha accettato di fungere da capo delle relazioni esterne del grigio presidente Girotti in quella fase di dura normalizzazione politica. Rocca ha preso molto sul serio il proprio ruolo e cerca, di risolvere la questione del Giorno raffreddando, con la ruvida durezza che lo caratterizza, una redazione sempre in ebollizione. Visto che di lontano non ne viene a capo, mi convoca a Milano nell’ufficio in via Senato che Eugenio Cefis ha aperto al tempo del suo passaggio dall’ENI alla Montedison e dove lavora Massimo Fabbri, anni avanti mio valido caposervizio alle pagine economiche. Invece di avviare un ragionato confronto, Rocca, alla sua ruvida maniera da piemontese in missione, mi affronta di petto sfidandomi a dimostrare dove e come sia tanto cambiato il nostro giornale. Sbatte sul tavolo una copia, la squaderna sfogliandola nervosamente: “Dimmi, dimmi dove sono tutti questi cambiamenti, forza, avanti”, ripete insistente. Capisco che non devo cadere nella provocazione. “Se vuoi parlarne, non è questo il tono, né il momento, mi pare. Ci sono i documenti della redazione, di tutta la redazione, che parlano da soli, e non da oggi. Se non li hai letti, te li lascio”. Gli ricordo che non c’è soltanto un problema di linea politica, ma anche di progetto editoriale, ci sono ritardi continui e assurdi, sovraccosti, inutilizzo grottesco di tecnologie d’avanguardia come il colore. Mi risponde, sempre con quel suo tono che non ammette obiezioni: “Doveste pensare soprattutto a fare bene il giornale, altroché”. Fabbri assiste e tace. Che altro potrebbe fare del resto di fronte a tanta aggressiva irruenza? L’incontro finisce presto, in modo brusco e repentino. Ci salutiamo appena con un gesto della mano. In silenzio.
Rocca non doveva aspettarsi però subito un altro sciopero aziendale, quasi uno schiaffo alla sua missione milanese. E’ il terzo giorno di rinuncia alla retribuzione: nessuno della redazione, infatti, molto onestamente, si mette in ferie, in corta o in malattia, come sappiamo che invece accade in altri giornali. Quando Gianni legge il duro documento che l’assemblea ha votato praticamente unanime, con un solo contrario, si sente spiazzato nel suo ruolo di inviato speciale a Milano del presidente dell’ENI. Mi chiama a casa, a Voghera, dove sono rientrato da poco, all’ora di cena, e si lancia in una interminabile reprimenda: “Siete degli scriteriati, state mettendo in pericolo la stabilità del giornale, e poi questo vostro discorso sulla qualità e sull’immagine del giornale è pericolosissimo anche per la pubblicità, per la diffusione, ve ne rendete conto voi del comitato di redazione che cavalcate questa lotta in modo irresponsabile? Ci pensate oppure no?” Rispondo poche cose. Ripeto che è il direttore a non ascoltare nessuno, è lui semmai a danneggiare l’immagine editoriale del nostro quotidiano, noi stiamo soltanto difendendo un patrimonio di tutti. Gliel’ho detto in modo triste e addolorato. Cominciamo ad essere sfibrati, ma siamo soltanto all’inizio e il peggio deve ancora venire.
Allo sciopero si è arrivati dopo un dibattito interno molto intenso. All’assemblea del 20 gennaio è intervenuto, caso abbastanza raro, Giorgio Bocca il quale ha esposto questa sua teoria: il giornale, è vero, slitta, subisce una trasformazione anche politica, ma le premesse, dice lui, c’erano già nella gestione Pietra. Vedo fiorire sorrisi sul volto degli astanti. Inoltre è in atto una lotta di potere fra Girotti (ENI) e Cefis (Montedison) che coinvolge anche il <<Giorno>>: insomma, se Girotti mollasse Afeltra, cederebbe ad una certa Dc e soprattutto a Cefis. Quindi Giorgio si pronuncia contro lo sciopero – che giudica un gesto di “isteria”- per non essere strumentalizzati dall’esterno, per non favorire in sostanza Eugenio Cefis. Sembra una delle tesi fondamentali di Rocca.
“Dopo quanto ha detto il collega Bocca, le nostre dimissioni sono su questo tavolo, a vostra disposizione”, salto su a dire, un po’ teatralmente, dopo un’occhiata d’intesa con i miei due colleghi. Noi del CdR vi abbiamo subito letto un’accusa neanche tanto larvata a noi tre di avere un ruolo in quel conflitto di potere fra Girotti e Cefis. L’assemblea respinge per acclamazione le dimissioni. La teoria di Bocca non troverà, di fatto, seguaci. Difficile individuare in redazione i giornalisti pro-Cefis. La stragrande maggioranza si batte, a Milano come a Roma, per l’applicazione del contratto di lavoro e per il mantenimento di una identità politico-editoriale considerata decisamente positiva fino al giugno 1972 e poi intaccata, travolta, semidistrutta. Qualcuno porta in assemblea una bellissima analisi sul <<Giorno>> di Ignazio Weiss, importante esperto di media, comparsa anni prima su <<Comunità>>, dove l’originalità del nostro giornale è documentata con penetrante sottigliezza e acume. Alla fine Bocca è il solo a votare contro lo sciopero, almeno a Milano. Da Roma ci è giunta una lunga lettera di Sergio Turone, notista sindacale, il quale lamenta tutta una serie di manipolazioni e censure tentate sui suoi pezzi per schierare il giornale più vicino al moderato Vito Scalia che non al progressista e unitario Bruno Storti nella lotta per la segreteria generale della Cisl: un suo servizio nel quale parlava di 1 milione e poco più di lavoratori già a posto coi contratti, la direzione ha preteso di inserire la cifra (del tutto inesatta) di 3 milioni lasciando la firma di Turone.
Il giorno dopo lo sciopero, alla pubblicazione sulle agenzie dell’intero, articolato ordine del giorno, Enzo Forcella, il più acuto e ascoltato dei nostri editorialisti politici, da presidente dell’appena costituito Movimento Giornalisti Democratici, rilascia all’Adn-Kronos una intervista, da Roma, nella quale sostiene con decisione la battaglia globale intrapresa dalla redazione del <<Giorno>>, usando parole oggettivamente forti. Forcella, che ha fatto parte per anni del gruppo fondatore del <<Mondo>> di Mario Pannunzio, è stato licenziato nel 1958, per ragioni politiche, dalla <<Stampa. Ha patito due anni di disoccupazione, finché non l’ha recuperato, nel 1960, Italo Pietra dandogli spazio e autonomia: nelle Situazioni e anche nel commentare, lui laico, di madre ebraica, i lavori del Concilio Vaticano II. Nei momenti di maggior difficoltà per la linea di centrosinistra Enzo Forcella aveva scritto di rado, i suoi fondi erano rimasti a lungo nel cassetto del direttore costretto a bordeggiare. I suoi rapporti con Pietra avevano quindi conosciuto più di un periodo di prolungata tensione. I due poi, pur stimandosi, non erano fatti per spiegarsi, erano personalità molto complesse e (pur convergendo sul piano politico) decisamente diverse.
Se Enzo, con Pietra, ha dunque avuto momentanee difficoltà e incomprensioni, con Afeltra non pare avere, quasi da subito, molte possibilità di dialogo. Lui per la politica interna e Michele Tito (che presto passerà alla <<Stampa>>) per la politica estera vengono frequentemente spiazzati da collaboratori, i più svariati, persino da uomini di partito con la vecchia formula che non impegna nessuno della “tribuna libera”. Inoltre Enzo crede sinceramente – come molti di noi - in quel Movimento Giornalisti Democratici che in effetti raccoglie il meglio del giornalismo italiano e che rivitalizzerà a fondo, per un certo periodo, anche il sindacato, la FNSI, le associazioni regionali, con la corrente di Rinnovamento. E’ possibile che egli abbia fatto quella pesante dichiarazione in appoggio al nostro sciopero anche per stanare Afeltra sul piano politico generale.
“Non posso più avere fiducia in lui”, dice subito a noi tre il direttore. Non gli farà più firmare un solo commento politico., afferma. E’ superfluo obiettargli che Forcella ha parlato non da giornalista del <<Giorno>>, bensì da presidente del Movimento Giornalisti Democratici. Capiamo che sarà irremovibile. Comincia così un lungo braccio di ferro su Forcella all’interno di una più generale vertenza su quel “nuovo” <<Giorno>> che in realtà è un po’ come l’araba fenice: Afeltra dice di averlo in testa e però non riesce, neppure coi suoi più fidati collaboratori, a renderlo esplicito. “Che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”, canticchio un po’ disperato. “Stavolta è Mozart…”, mi fa Grecchi. “Già, Mozart. Non vado più neanche alla Scala, per la miseria”.
L’ingorgo che tutte le sere si crea quando, verso le sette, torna in redazione e rifà gran parte del giornale già preparato, pensa di risolverlo nominando altri capiredattori che coloritamente definisce “affrettatori”: fra lui e i servizi, fra questi, lui e la tipografia. Aumenteranno, se è possibile, la confusione e i costi, scontrandosi con gli “uomini di macchina” già operativi. Inoltre, a conferma di una cronica indecisione, Gaetano Afeltra, invece di scegliere un nuovo capocronista, sostenendo che si tratta di una “razza estinta”, finisce per nominarne due, Gianni Bianco e Tani Curi. Bravi professionisti – inviato di sport il primo, uomo di desk il secondo - i quali però non possono che pestarsi i piedi reciprocamente. Come puntualmente avviene.
Ma è il caso Forcella, creato dal direttore con la sospensione immediata dalla firma dell’editorialista politico, a pesare come un macigno. Enzo mi ha scritto, il 31 gennaio, una lettera personale nella quale si dichiara pessimista sull’andamento della sua vertenza con Afeltra. Si mostra in freddo anche con noi del CdR che pure ci siamo non poco esposti e battuti, pure per lui. “Non è ancora arrivata la risposta, mentre scrivo”, annota, “ma mi sembra che le mosse, al punto in cui sono arrivate le cose, siano obbligate.” Anche se la situazione generale del Paese si fosse “riaperta” (in effetti il governo Andreotti-Malagodi è già piuttosto malfermo), non sarebbe stato facile tornare a scrivere articoli non conformistici. Termina con una assicurazione: “Mai sono stato meno rassegnato come in questo periodo. Significa soltanto che può essere opportuno o necessario chiudere una fase della propria vita e tentare di riaprirne un’altra. Quale non so ancora bene. Ne riparleremo nel corso dei contatti, “sindacali” o privati che sono certo continueremo a tenere. Molto cordialmente, tuo Enzo Forcella” (9).
Afeltra impiegherà una decina di giorni “per meditare una risposta alle non smentite dichiarazioni” di Forcella – precisa in una lettera datata 1° febbraio 1973 – che lo hanno “profondamente sorpreso e amareggiato”. Il direttore afferma che la loro collaborazione era andata avanti senza “una lamentela o una critica sulla mia conduzione o sulla linea del giornale” e che nessun suo pezzo era “stato mai respinto né tagliato”. Il solo disagio significativo che Enzo Forcella gli aveva espresso riguardava un articolo sui 75 anni di Giuseppe Saragat, che l’editorialista aveva suggerito di far scrivere ad altri perché lui si sarebbe espresso in modo “fortemente critico”. Il direttore rivela pure che è intercorso fra loro un patto (la diffidenza era grande già in partenza) in base al quale sarebbero stati tutelati gli interessi dell’editorialista sul piano della liquidazione, nel caso “tra noi di un <<imbarazzo>> dovuto a divergenze di opinioni”. Testimoni Paolo Murialdi e il direttore generale della Segisa, Angelo Morandi.
Afeltra rimprovera poi a Forcella di non avergli chiesto “un franco colloquio”, di non essere passato attraverso “gli organi sindacali del giornale, che, come tu sai, sono particolarmente vivi e sensibili”, e di aver addirittura incitato la Federazione della Stampa “ad intervenire nella vertenza del Giorno”. Ci tiene ad informarlo, peraltro senza fare nomi, che “molti colleghi del <<Movimento dei giornalisti democratici>> hanno tenuto a farmi sapere di non condividere il giudizio da te espresso a nome del Movimento stigmatizzando anzi severamente il tuo comportamento che hanno ritenuto mosso soltanto da ragioni personali”. Affermazione fra le più imbarazzanti essendo riferita a persone che restano ignote.
E qui cade la decisione del direttore: è ormai “incompatibile, dopo la tua presa di posizione, un rapporto di fiducia e di leale collaborazione per la mansione che finora hai ricoperto, anche perché mi accusi apertamente di ristrutturazione politica del giornale e di metodi retrivi”. Di conseguenza, se Forcella vuole avvalersi del patto fra loro stipulato, “mi dichiaro disposto alla sua osservanza”. Se invece intende proseguire nel rapporto, “dovrei esaminare un tuo cambiamento di mansione, che, ovviamente, escluda ogni contraddizione tra il nuovo lavoro e il giudizio espresso nelle tue dichiarazioni all’agenzia”.
Anche Forcella medita per giorni la replica. La scrive il 7 febbraio. Ricapitola puntigliosamente i fatti: le motivazioni del nostro sciopero proclamato il 20 gennaio per la giornata successiva investivano la linea di fondo della direzione; il 22 mattina ha rilasciato le dichiarazioni riportate dall’Adn-Kronos e da alcuni giornali quale “esponente del Movimento Giornalisti Democratici”, inoltre elenca i convegni e i congressi, da ultimo quello della FNSI a Bolzano, ove ha espresso pubblicamente gli stessi concetti. Quanto ai “numerosi colleghi” dello stesso Movimento che, secondo Afeltra, si sono dissociati da lui stigmatizzandone le dichiarazioni, Forcella fa notare con sarcasmo che “l’anonimato è stato recentemente rifiutato anche come strumento di polizia; il fatto che qualcuno se ne serva per avanzare insinuazioni di carattere morale sul mio comportamento si commenta da solo”.
Tornando alla cronaca dei fatti, egli rivela che il direttore Afeltra lo ha accusato per telefono di slealtà invitandolo “a tirare le conclusioni dalle mie dichiarazioni”. Ha risposto di non vedere alcun nesso fra le proprie dichiarazioni e il lavoro normalmente svolto per il Giorno, tant’è che si è offerto di scrivere un commento di giornata sulle “conclusioni del congresso del M.S.I.”. Ma che, a quel punto, il direttore gli ha preannunciato “per il giorno successivo dei non meglio precisati provvedimenti”. Vuol trasferire le sue dichiarazioni “su un piano disciplinare”? Soltanto il 2 febbraio ha ricevuto da lui una lettera “che non so se mi ha più sorpreso o indignato”. Dopo dieci giorni pensa che le due questioni – le sue dichiarazioni e il lavoro di editorialista – siano “ben distinte” e che come tali vadano affrontate. Per quanto riguarda il lavoro di editorialista (“che svolgo da oltre tredici anni”) Forcella tiene a precisare che il direttore aveva assicurato che, anche qualora fossero state abolite le Situazioni, lui sarebbe rimasto l’editorialista del giornale. Invece, “le Situazioni sono state abolite e la materia degli editoriali distribuita tra una rosa di “collaboratori esterni” – esponenti politici, professori universitari, esperti di vario genere, a volte addirittura ‘parti in causa’ nelle questioni che trattavano – hanno ridimensionato il mio ruolo sin quasi a farlo scomparire”. Facile affermare di aver pubblicato ciò che ha “scritto e mandato”. Resta “da vedere ciò che non è stato scritto e il perché non è stato scritto”.
La questione vera è un’altra. Eccola: “Ritengo assurdo che un giornalista possa essere “punito” perché ha espresso il suo parere su una vertenza nella quale il suo Direttore si trovava in contrasto con il Comitato di redazione e con la redazione”. Di fatto l’ultimo suo articolo pubblicato risale al 19 gennaio. Dopo di che la sua firma è stata considerata “appestata”, cassata persino sotto due risposte ad altrettante lettere di lettori. Forcella conclude severamente: “Spero ti renderai conto che non posso accettare una simile prassi, se non altro per evitare che il mio caso serva come precedente intimidatorio verso colleghi più giovani e, magari, più timidi”.
Poche settimane più tardi Enzo Forcella fu costretto dal direttore Gaetano Afeltra a lasciare il “Giorno”. Era il suo secondo licenziamento per ragioni politiche dopo quello subito alla “Stampa” nel 1959 per la mancata pubblicazione dei servizi dal Congresso del Psi a Napoli. Servizi ritenuti troppo favorevoli ai socialisti.
L'innocenza di Giulio ( di Giulio Cavalli)
I libri vincitori e le manifestazioni del Premio Bancarella 2012
Ventâanni dopo
Ines Figini, la vita oltre il lager
âLa bancarotta del capitale e la nuova societĂ â di Paolo Ciofi
Il bello della diretta. Produrre per la TV ( di Elio Matarazzo)
Ingiustizia Ăš fatta. L'omicidio di Nicola Calipari
Green Italy ( di Ermete Realacci)
Mani pulite... ( di Barbacetto, Gomez, Travaglio)
I veri intoccabili (di Franco Stefanoni)



