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Articolo 21 - Osservatorio Esteri
Azerbaijan. Il male, o il peggio
Azerbaijan. Il male, o il peggio di Simone Petrelli

“Non mi importa affatto, ormai non mi importa più” aveva detto Elnur. Ed era sincera. Calma e distante, dalle sue parole di trentenne della buona borghesia azera non traspariva alcuna rabbia, nessun risentimento. Perché Elnur Rzayev aveva riflettuto e deciso. Come tanti, troppi suoi compatrioti pericolosamente in bilico tra la padella e la brace. O meglio, “tra il male e il peggio”. La soluzione poteva essere una ed una sola. Non uscire di casa. Non scendere in strada. Non votare, soprattutto. Per evitare di prendere parte allo scempio elettorale del Paese. Per non sentirsi pedina in una partita dalle sorti già decise.

 

Alla fine il verdetto è arrivato, puntuale. Ilham Aliev ha vinto ancora. Mettendosi in tasca più dell’80 per cento dei voti validi. Troppo forte per temere rivali. E troppo solo per mollare le redini. Sarà presidente, ancora una volta. Avrà altri 5 anni a disposizione per modellare il Paese a sua immagine. Così Baku e l’Azerbaijan da oggi somigliano sempre più agli scenari ideali per una “Dinasty” su larga scala, con equilibri precari che finiscono per reggersi tutti intorno ai medesimi papaveri. Un tempo sul trono c’era Aliev padre, Haydar. Era il 1993 e l’Azerbaijan non era che una piccola nazione caucasica a stento trascinatasi fuori dalle macerie dell’Unione Sovietica.

 

Un paese piccolo piccolo. Ma tutt’altro che trascurabile. In posizione strategica sul Mar Caspio. Con sconfinati giacimenti di petrolio e gas. Che bastano per farne uno snodo fondamentale nell’eterna disputa sul controllo delle rotte energetiche dell’Asia centrale. Una miniera d’oro. Sedersi sul trono di un paese così significa mettere a segno un gran colpo. E una volta raggiunto l’obiettivo non si può che difenderlo con le unghie e coi denti. Aliev padre c’era riuscito. Per 10 lunghi anni.

 

E un giorno il testimone era passato al figlio, Ilham. Uno che aveva dimostrato di avere la stoffa e la grinta di famiglia. L’uomo giusto per un clan con le mani in pasta in tutte le attività di rilievo. In questo angolo di mondo, con 8 milioni di abitanti la maggior parte dei quali vivono ben al di sotto dei limiti di povertà, gli Aliev controllano tutti gli affari con la “A” maiuscola. Da sempre. Niente sanzioni internazionali. Niente casi mediatici, perché l’Azerbaijan non è la Bielorussia. Pochi, pochissimi osservatori, per un Paese che è scivolato al 158esimo posto nella classifica mondiale sulla trasparenza, una graduatoria che di posti ne conta appena 180…

 

Ma tutto questo non conta affatto, finchè regge il miracolo economico azero. Finchè i gasdotti Btc (Baku-Tbilisi-Ceyhan) e Caucaso sud (Baku-Tbilisi-Erzurum) continuano a pompare il loro prezioso, vitale carico. Perfino il crepitio dei fucili della libertà che illumina le notti buie del Nagorno-Karabak tace, mentre in tv appare Aliev con le sue promesse di raddoppio del PIL in tre anni. Il popolo, o almeno una parte di esso, sogna. 8mila dollari è una cifra allettante, ed un record per la regione. Ma si tratta di un obiettivo raggiungibile? Aliev distribuirà davvero perle al suo popolo?

 

Per ora il presidente festeggia. E sorride. A dire la verità non ha mai smesso. E’ apparso raggiante in tv, di continuo. Mago del consenso, ha inaugurato ponti e vie e piazze, tagliando nastri rossi e facendo bei discorsi tondi e altisonanti, pieni di parole come stabilità, benessere, redistribuzione della ricchezza. Ha giocato astute partite parallele sullo scacchiere internazionale, mettendo l’Azerbaijan in equilibrio tra Russia, Stati Uniti e Unione Europea. Pochissimi ci sarebbero riusciti. Come suo padre, reggerà il Paese per un decennio. Un trionfo. Anche se il suo popolo mostra poca attenzione a tutto questo.

 

A Baku la popolazione si perde ancora a fantasticare dietro alle elezioni. Peccato si tratti delle presidenziali americane. Nessuno ha perso tempo dietro ai dibattiti, e in tv si è passati da un programma di intrattenimento all’altro, senza sosta. La cosa non può e non deve stupire, visto che tutti hanno sempre saputo. Su sette candidati, sei avevano nomi praticamente sconosciuti. Politici di media levatura, praticamente delle matricole di fronte al più scaltro ed agguerrito Aliev. Chi avrebbe potuto sostenere Gulamhusein Alibeili, ignoto leader del semisconosciuto movimento Aidynlar?

 

L’opposizione, quella vera, quella del partito Musavat (Uguaglianza) e del Fronte Popolare AHCP, quella del pentapartito Azadlyq/Libertà, ha ricevuto per legge talmente poco spazio che alla fine ha deciso di boicottare l’intera consultazione. I suoi quotidiani non raggiungono il grande pubblico. L’anti-Aliev si chiama da sempre Isa Gambar, è già stato sconfitto al turno precedente e stavolta non si è presentato proprio. Ha preferito chiamarsi fuori piuttosto che accontentarsi delle briciole. Oggi accusa l’Occidente di cecità, proprio mentre l’OSCE timidamente ammette che sì, questa votazione è andata meglio della precedente, ma c’è ancora parecchia strada da fare prima di parlare di standard democratici.   

 

Il blocco silente dell’opposizione spara a zero. Deficit di democrazia, hanno detto i suoi uomini. Mancanza di trasparenza, hanno aggiunto. Così, non hanno fatto includere nessuno dei nomi di spicco del fronte anti-Aliev nelle schede. Non hanno fatto altro che sperare nel buon senso del popolo. A Baku le autorità cittadine hanno legalmente bocciato un maxi-raduno previsto in centro. E l’opposizione ha gridato allo scandalo, alla farsa. Purtroppo, lo ha fatto in un silenzio assordante, priva com’era -ed è tuttora- di voce. Aliev nel mentre ha votato. Accompagnato da Mihriban Aliyeva, sua moglie, si è messo in fila nella sezione 29 della circoscrizione Sabael, nella capitale.

 

4 milioni e 835mila iscritti alle liste hanno fatto come lui, affollando 1.184 sezioni sparse nel Paese. La consultazione è stata seguita perfino via internet. E’ stata la prima volta in assoluto, in tutta la storia dell’Azerbaijan. Aliev ha vinto ancora la partita, e a sentire molti questo è un male. Ma per altri ancora c’è di peggio, perchè si è trattato di un match fasullo, senza concorrenti.  

Dalla rete di Articolo 21