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Dirigenti Google condannati a sei mesi. EveryOne: "Sentenza illogica e antidemocratica"
"La sentenza del tribunale di Milano che ha decretato la condanna a sei mesi di reclusione per tre dirigenti Google, per non aver impedito nel 2006 la pubblicazione sul motore di ricerca di un video che mostrava un minore affetto da sindrome di Down insultato e picchiato a scuola da quattro coetanei, è antidemocratica". Lo dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne, organizzazione per i diritti umani. "Si tratta di un vero e proprio attacco alla libertà d’informazione in Rete. Condannare Google in sé per esistere e offrire un servizio di libera informazione a tutti i cittadini - quando committenti e autori di articoli e commenti contro Rom, migranti e omosessuali, che appaiono sulla stampa cartacea, in radio e tv, rimangono impuniti - appare quantomeno illogico" proseguono. “Internet, per altro, è un territorio neutro, che si attaglia perfettamente alla dialettica e ai fenomeni democratici (nonché al progresso culturale e civile) e consente all'informazione di circolare, superando anche le cortine innalzate da chi reprime la libertà. E' una conquista che va difesa. Se qualcuno avesse condannato Gutemberg perché la stampa può veicolare idee negative,” continuano gli attivisti, “oggi avremmo perduto i capolavori del pensiero umano. Internet è uno strumento e come tale deve essere valutato: anche un coltello da cucina o una zappa possono far male, ma il responsabile è chi ne fa cattivo uso. Vi sono innumerevoli casi in cui grazie agli appelli promossi attraverso internet e i suoi strumenti si sono salvate vite umane ed evitate emergenze umanitarie. È solo l'utilizzo dello strumento che può essere perseguito: se si attuano altre forme di valutazione, si compie un atto inquisitoriale e antidemocratico. D'altronde," rilevano infine Malini, Pegoraro e Picciau, "manca in Italia un efficace organismo di garanzia e controllo sugli errori dei magistrati, che hanno un potere incontrastato sulle vite altrui, mettendo a rischio libertà e diritti civili, ma non rispondono per i loro errori e non mettono a repentaglio le proprie carriere neanche dopo reiterate sentenze inique”.
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