di Pietro Nardiello
Per fortuna che in questo momento di imbarbarimento culturale la città di Napoli riesce, ancora una volta, con il linguaggio armonioso e i giusti equilibri musicali ad esprimere pensieri e idee da non sottovalutare. L’occasione di questa riflessione ci viene offerta dallo spettacolo “L’Erba Cattiva…non muore mai” rappresentato sul palcoscenico del teatro Bellini di Napoli. Una produzione Kadija scritta da Bruno Colella e che ha visto protagonisti sulla scena Enzo Gragnaniello e Luigi Di Fiore.
Senza preamboli giungiamo subito al sunto e al messaggio che questo “non spettacolo” vuole lanciare chiamando a raccolta, per far ragionare, sensibilità diverse. Non è necessario pensare di dover scrivere a tutti i costi un nuovo spettacolo che racconti la città porosa, basta ascoltare quel sentimento, da non confondere con il sentimentalismo, di cui gli abitanti sembrano essere stati da tempo espropriati per essere educati all’esercizio di un linguaggio violento e incapace, ovviamente, di rappresentare quello strumento di confronto e di unione che è sempre stato. Cosa vuole raccontarci questo colloquio che Di Fiore e Gragnaniello intrattengono per più di due ore sul palcoscenico? Quali gli obiettivi da raggiungere? Niente archetipi o sovrastrutture la musica, nel caso specifico quanto di meglio può offrire il repertorio di Gragnaniello, e la parola, la poesia rappresentano gli unici strumenti per guardarsi intorno, per analizzare la contemporaneità e per diventare strumento di lotta, di impegno civile. La cultura e la melodia partenopea da un certo punto della storia in avanti hanno rappresentato tutto questo che, con la magia degli accordi di Gragnaniello e del suo gruppo che da tempo oramai lo segue, si materializza sul palco sposando la perfetta performance di Di Fiore. Alla fine, giusto per dar conto al lavoro e alla trama, i due amici decidono di non scrivere più un nuovo spettacolo, non ce n’è bisogno perché basta riaffermare alcuni valori universali con i quali pretendere la sicurezza sui luoghi di lavoro, il diritto delle donne a non essere violentate, la necessità di curare non con la restrizione coloro che sono affetti da handicap psichici. In sintesi tutto quello che la cultura e la canzone napoletana hanno sempre rivendicato e la performance offerta riesce in pieno a soddisfare e a ricordare tutto questo.
INTERVISTA A ENZO GRAGNANIELLO
Enzo qualche anno fa si scrisse che per raggiungere il teatro San Carlo, dove si sarebbe finalmente esibito, lei ci aveva impiegato tantissimi anni. Adesso per lei è più semplice spostarsi in questa città e raggiungere quei luoghi dove può esprimere la sua arte?
A dire il vero spesso accuso dei dolori fisici perché alle strade di questa città non viene fatta la giusta manutenzione. Napoli è una città affascinante, magica ma, oramai, priva di valori. Credo ci sia uno scadimento acustico, per le strade è oramai possibile ascoltare solamente suoni distorti.
Una città e un popolo in piena decadenza?
Il mio pensiero va oltre l’apparenza, ma qui i governanti si circondano di mediocrità. Coloro che gestiscono il potere somigliano a quei Re che hanno necessità di confrontarsi con dei giullari. Purtroppo non ne condivido assolutamente il pensiero. Giungono qui da terre limitrofe non conoscendo la città, la sua stratificazione, la storia, i suoi aspetti umani e loro, ovviamente, riescono ad ascoltare solo il richiamo del potere e del Dio danaro.
Napoli è una città bellissima ma gestita male. I poveri sono continuamente espropriati della propria identità e dei propri diritti. Io, comunque, mi sento un frammento di questa città, un pezzo di questo mosaico nonostante si sia per sempre dissolto quel linguaggio armonioso che ci ha sempre contraddistinto mentre adesso le parole compongono solo un rumore assordante.
Il mondo della cultura subisce continui tagli dalle manovre finanziarie a Napoli, poi, quell’auspicato Rinascimento è fallito. Cosa si potrebbe fare per compiere un’inversione di tendenza?
L’arte io la considero una lanterna che ti consente di penetrare nelle tenebre. Chi gestisce il potere dovrebbe farsi illuminare da questa luce invece un po’ tutti preferiscono fare i magliari e confondere le idee alle persone. La poesia è un disinfettante, abbiamo bisogno di cultura, eleganza, gentilezza. Noi napoletani dovremmo essere un popolo contemplativo, proprio come i portoghesi, invece ci hanno imposto il ritmo metropolitano.
Quale compito potrebbe assumere la stampa nazionale per illuminare questa città osservandola da nuove latitudini?
Quando leggiamo qualche articolo che parla di Napoli dovremmo individuare prima l’area di provenienza geografica e politica di chi lo ha scritto. Poi è semplice raccontare di un luogo senza conoscerlo e senza parlare con le persone che ad esso appartengono. Oramai il mondo dell’informazione ci propone un modello di vita irreale, senza sentimenti dove solo l’esteriorità è importante dove non si concede spazio alla voglia di sognare che ancora è presente nell’animo di tante persone. Tutto questo è molto pericoloso. Purtroppo l’analisi giornalistica è diventata un guazzabuglio da salotto. Che tristezza.
A Napoli mancano centri di produzione dove i giovani potrebbero ritrovarsi per maturare artisticamente. Ci racconta anche di come è avvenuta la sua formazione musicale?
Inizio col dire che questa città è completamente orfana di queste strutture. Per quanto riguarda me le posso dire che la musica mi ha plasmato, questa disciplina era dentro di me da sempre, un vero e proprio dono della natura.
Adesso tutti si interessano di Scampia oramai diventata un simbolo, ma dai quartieri Spagnoli a Forcella bisognerebbe programmare interventi organici e pensare di portare a termine azioni sociali serie e concrete con sociologi, psicologi, maestri di strada. Come si può pensare di cambiare una società senza effettuare interventi nel suo ventre?
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